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La Voce – Il pensatore è come una potente mina vagante in un mondo ordinato e stabilito

Marco Paolini conquista il Bonci con “Itis Galileo”

Cesena. Due ore e un quarto in compagnia di Galileo Galilei, Keplero, Tycho Brahe, e compagnia bella: l’incubo degli studenti che non amano la fisica? No, un paio d’ore spese ottimamente in compagnia di Marco Paolini, che sta replicando al “Bonci” di Cesena il suo “Itis Galileo” (in scena fino a domenica), monologo dedicato, appunto, allo scienziato toscano. Quella sigla prima del nome di Galilei, che evoca un istituto tecnico industriale, è la chiave di lettura della serata: un monologo attraverso il quale lo straordinario mattatore conduce lo spettatore nel mondo che fu rivoluzionato da Copernico, Galileo, Keplero. Inizialmente, per rompere il ghiaccio, Paolini dialoga col pubblico, fa salire uno spettatore sul palcoscenico, gli fa leggere alcune pagine di Platone e Aristotele; quando il sipario si apre, una grande mina appare, sospesa: il pensatore è una mina vagante in un mondo ordinato, stabilito, in cui tutto è già noto e il sapere non è che il ricontare ciò che è già stato reso noto, una volte per tutte, dal sapiente per eccellenza, l’Aristotele che Tommaso d’Aquino fa diventare la base filosofica del sapere cristiano nel basso Medioevo. Le definizioni sono un po’ tagliate con l’accetta, nel pensiero medievale ci sono molte più sfumature, accanto ad Anselmo d’Aosta che nel suo “Proslogion” cerca di giungere razionalmente alla definizione di Dio c’è Gaunilone che con la “Difesa dello stolto” cerca di provare l’opposto; così come Isaac Newton, sommo genio scientifico, fu un appassionato alchimista. Ma tant’è, l’importante è che il monologo funzioni, e Paolini basa tutto su date, fatti, documenti: si vede che dietro c’è un lavoro di scavo approfondito e assai valido. In particolare alcune idee sono davvero geniali: in primo luogo, aver tradotto in veneto un passo del “Dialogo sui massimi sistemi” di Galileo, rendendolo una scena da Commedia dell’arte. Oltre alla perizia dell’attore, c’è una grande intuizione registica, quella di rendere facilmente fruibile una pagina che altrimenti sarebbe assai ostica per lo spettatore, e che così, fra le risate, passa nella memoria di chi ascolta con grande efficacia. L’altra idea intelligente è riprodurre la scena dell’abiura di Galileo senza forzare la mano, senza rendere l’inquisitore più terribile, perché il tono di sottile minaccia di chi parla, pensando ai fumi che si erano levati, pochi anni prima, dal logo di Giordano Bruno, è molto più inquietante che facendo ricorso ad un repertorio melodrammatico. Una scena estremamente spoglia, che viene vivificata dal talento istrionico di Paolini, bravissimo nell’utilizzare la sua voce come un vero strumento musicale, ma soprattutto dal testo, un incontro con Galileo che fa capire, anche al meno acculturato, l’immensa importanza di quest’uomo che oltre quattrocento anni fa fece una cosa semplice e rivoluzionaria: sollevò il cannocchiale verso il cielo e volle guardare direttamente coi suoi occhi, e non più attraverso le pagine dei libri, com’era scritto il gran libro del mondo, dando inizio a quella rivoluzione scientifica in cui tutti, oggi, siamo immersi. teatro pieno, pubblico entusiasta, la conferma che Marco Paolini resterà un punto fermo nella storia del teatro italiano moderno.

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