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L’Altopiano- Marco Paolini, in viaggio con "Il Sergente"

Intervista all'attore che ha portato in teatro l'opera più famosa di Mario Rigoni Stern

«L'ho scelta perchè apparentemente era l'opera più semplice, ma sul palcoscenico mi sono accorto che non è così»

C’era una volta un sergente, maggiore per gradi, maggiorenne da poco. Rigoni Mario di Giobatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantaduesima compagnia, plotone mitraglieri. Un caposaldo sul Don da difendere, come tanti altri sotto la neve, con i camminamenti, le feritoie e le tane, nelle quali si gioca a nascondino, solo con le pallottole dei russi piazzati dall’altra parte del fiume, perché purtroppo gli altri intrusi, i pidocchi, ormai sono di casa. “Da che parte è la nostra casa?” Domanda ricorrente.

Ma ancor più: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?” Spetta ad un ragazzino ventunenne rassicurare i compagni, spesso più anziani, con risposte sempre uguali, ma sempre più indispensabili a puntellare il morale. Morale che precipita quando comincia il ripiegamento, meglio, la ritirata. In quell’inferno di fame, freddo, sonno e sangue, solo un soldato su tre riesce a trovare la strada di casa. Sarà fortuna, caso, destino? Una roulette russa che risparmia poche persone, lasciando cicatrici visibili e nascoste, suscitando emozioni e ricordi che trovano spazio tra le righe del libro “Il sergente nella neve” che Mario Rigoni Stern pubblica nel 1953.

Da quel libro Marco Paolini ha tratto lo spettacolo “Il Sergente”, racconto teatrale di frammenti di un viaggio dell’attore bellunese, alla ricerca di quello sperduto caposaldo sul Don, che tengono per mano altri frammenti, di un altro viaggio, quello raccontato nel libro di Rigoni Stern. Un girotondo di emozioni e ricordi, amalgamati da una straordinaria capacità narrativa/interpretativa; l’avvicendarsi di momenti più o meno drammatici, tra i quali saltuariamente , riesce perfino a fare capolino un sorriso.

Come sei arrivato a scegliere Rigoni Stern e il suo Sergente?

«Di solito evito di farmi queste domande. E’ sempre difficile scegliere il passo successivo, un nuovo progetto lavorativo. Considero il mio mestiere come una strada, con molte possibilità, ma pur sempre una strada. Ogni volta che inizio un nuovo lavoro, c’è qualcuno che mi chiede se ho svoltato; per me rimane sempre la stessa strada, anche in presenza di curve. S emi trovo a cantare con il gruppo de “I mercanti di liquore” non vuol dire che io abbia cambiato strada, anche se c’è chi mi fa notare che non sto più facendo teatro inchiesta. Non mi sembra che questa strada sia così stretta, che un certo tipo di spettacolo debba necessariamente escluderne un altro. Il viaggio con “Il Sergente” probabilmente è iniziato qualche anno fa, dopo il film “Ritratto”, realizzato con Carlo Mazzacurati sulle figure di Meneghello, Zanzotto e Rigoni; sui primi due avevo già lavorato, mi mancava il terzo per completare l’approfondimento sugli autori della mia terrà. Ho scelto “Il sergente nella neve” perché rappresenta il libro più semplice (anche se teatralmente è proprio l’opposto). E’ una storia talmente conosciuta e chiara, che portarla in teatro mi sembrava una sfida avvincente. Quando l’ho scelto sembrava si potesse realizzare, estrapolando alcune parti del libro, poi però mi sono reso conto che così sul palcoscenico non prendeva vita. Secondo me, non è uguale ad altri spettacoli che ho fatto.»

Sembra però che ci sia un comune denominatore tra gli sfortunati abitanti di Longarone, i passeggeri dell’Itavia o i disperati soldati della ritirata dal Don: tutte persone comuni, gente normalissima.

«Può darsi ci sia, ma non me ne preoccupo. A me piacerebbe fare anche cose che non c’entrano nulla tra loro, cosicchè sarei costretto di volta in volta a ricominciare daccapo. Non puoi sederti sul lavoro che stai facendo, è importante cimentarsi con progetti diversi, altrimenti hai sbagliato mestiere. Se farò del cinema, vorrei provare parti molto diverse da quelle che ho interpreatato finora. Il mio modello potrebbe essere quello di un attore come Gian Maria Volontè, che passava da “Il Caso Mattei” a “Per un pugno di dollari”. Devi essere fedele ad una tua idea, ma non necessariamente devi essere fedele a chi ti guarda, ti ascolta, a chi si aspetta da te solo certi personaggi.

Per certi versi fare “Il Sergente” è stata comunque una scelta coraggiosa, perché se realizzi uno spettacolo brutto con una storia modesta pazienza, ma se ti succede la stessa cosa con un’opera letteraria come questa, la tradisci.»

La grandezza del libro di Rigoni Stern, sta anche nella capacità di trasmetterci il concetto che la guerra non cambia se si modifica la prospettiva. E’ una disgrazia per tutti i contendenti, indipendentemente dal colore della divisa, come ricorda la canzone “La guerra di Perio” di Fabrizio De Andrè.

«Ci sono tanti libri sulla campagna di Russia. Nel periodo in cui facevo le prove di questo spettacolo, mi sono tenuto alla larga da tutti questi, anche da quelli di storia. Li avevo letti fino a sei mesi prima. Da gennaio di quest’anno sono tornato a leggerli. Ho riletto Bedeschi, Revelli. Da una parte la retorica, come sentimento nobile di Tedeschi, il cameratismo, lo spirito di sacrificio per i compagni, ma anche per la patria. Lui è un medico. Ha il suo punto di vista sulle cose e “Centomila gavette di ghiaccio” è una gigantesca epopea, con qualche sogno di gloria e con un’idea di parlare di patria o renderle omaggio. Anche Revelli è un ufficiale, (in seguito sarà anche uomo della resistenza) e quando parla della campagna di Russia si toglie qualche sassolino dalla scarpa, nei confronti dell’incompetenza dei quadri dirigenti, degli ufficiali; ma nel parlare dei suoi uomini, del suo reparto, emerge un forte spirito di corpo. Con tutto il rispetto per la memoria dei reduci, io non mi sento in sintonia con questo tipo di atteggiamento. Non l’ho mai trovato in Rigoni, nel quale c’è il rispetto del punto di vista del soldato, un punto di vista basso, che non si alza a guardare, che p dentro le cose, non le racconta se non le ha vissute direttamente. Non è il giornalista, il critico né il politico. Una scrittura asciutta, priva di retorica. Ci sono tantissimi episodi sulla campagna di Russia, di cui non parla perché non ne è stato testimone. Se si deve fare la sintesi di tutta una serie di avvenimenti importanti, si costruisce un certo tipo di quadro. Lui al contrario è così preciso nel suo racconto, da un certo giorno di dicembre del ’42, ad un certo giorno di febbraio ’43. A me piace questa sintesi, dalla quale emerge la visione, la testimonianza e l’esperienza di un soldato. In concerto con “I mercanti di liquore” proponiamo una canzone che è una filastrocca di Rodari; al centro di questa canzone alcune volte c’è l’episodio del cibo mangiato nell’isba con i russi, altre volte proprio la canzone di De Andrè.»

Nonostante l’età “Il sergente nella neve” mantiene la sua straordinaria attualità, raccontando di una guerra che, allora come oggi, è combattuta e subita da povera gente, con l’aggravante che la maggior parte delle vittime sono civili, soprattutto donne e bambini. Parlare della guerra è l’occasione per Marco Paolini per chiamarsi dentro, come gli è già successo di fare in occasione di altri lavori.

«Penso che in qualche modo sia così. Non ho fatto la naia, non ho fatto la guerra, volevo provare a raccontare la storia dal di dentro, attraverso le parole di un soldato, che quell’esperienza l’ha fatta.»

Un viaggio dentro la guerra, che sul palcoscenico può permettersi di trasformare il ticchettio di una macchina da scrivere, nel lamento di morte di una mitragliatrice, le luci psichedeliche nei bagliori dei cannoneggiamenti. Il resto è lasciato al racconto drammatico del protagonista prima dentro i camminamenti, poi in fuga nella neve che arriva al petto, nel freddo che tocca anche i quaranta gradi sotto zero, nei ricoveri di fortuna, con la consapevolezza che tutto può finire da un momento all’altro, per un proiettile, una bomba o solo perché la testa non vuol più saperne di seguire il corpo. Quando non si sa più che farsene nemmeno di quella consapevolezza, vuol dire che qualcosa dentro si è rotto o congelato, come tutto intorno. Vivo, probabilmente in salvo, ma ora un automa, indifferente a tutto e a tutti. Anche in Rigoni Stern si ritrova “arido come un sasso”. Passa le sue giornate guardando nel vuoto, ascoltando i discorsi della famiglia russa presso la quale è ospite. Saranno proprio quei piccoli gesti quotidiani, quelle manifestazioni d’affetto, il calore della famiglia, a sciogliere il cuore del sergente nella neve.

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