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L’Arena – Il concerto variabile di Paolini

Il grido dell'attore in difesa dell'acqua. L'elogio della resistenza

"Non è detto che per arrivare si debba sempre andare in linea retta", il suo Milione finiva così, con l'accattivante elogio al labirinto.

Al Teatro Romano, dietro Marco Paolini e i musicisti Mercanti di Liquore, uno sfondo nero ha disegnato nella luce un groviglio di linee curve. E' il treno che perfora i racconti con le onomatopee e i singulti sonori, perfora e viaggia nei tempi musicali delle canzoni popolari, nelle gallerie della memoria dell'attore stesso. Ci sarebbe servito questo filo conduttore: un aiuto per capire la nuova tappa del viaggio-Paolini tra cani del gas, bestiari, radicchi e lagune.

Il Paolini che viaggia, quello statico e tremendamente serioso di Ustica o dei gas tossici o delle dighe è altra cosa. Ma anche i binari del treno si perdono, in una boccata di pipa, in una filastrocca di Rodari. "Song n.32" concerto variabile è molto variabile. Concerto tenuto insieme da uno sputo, annuncia in apertura, e attacca con il testo di Erri De Luca. Più che tenuto insieme dallo sputo è tenuto insieme da puti: i più disparati. paolini se lo può permettere. Abbiamo contato una decina di telecamere, anche grosse, il teatro è strapieno. Può rischiare. Nelle interviste e presentazioni della vigilia parlava di acqua. Il tema è al centro dello spettacolo, il luogo topico per eccellenza: una ballata sugli abusi, la mercificazione, poi "il fluido libero, orizzontale e semplice" arresta il suo corso. Paolini nel '74 faceva assemblee, andava ai Collettivi, faceva Brecht con i compagni, acquistava libri alla Feltrinelli di Bologna dopo viaggi-pellegrinaggio. Purtroppo qui è solo memoria. Non siamo nella temperie ecologista degli anni ottanta, non si vedono bandiere rosse nè polizia agli ingressi. Il grido necessario contro lo spreco, la difesa dell'acqua come non "sottoprodotto della Coca-Cola", il decalogo di otto punti, s'annega in un applauso, non crediamo abbia l'efficacia della lotta che fu. Meglio il filone resistenza.

"La resistenza è una qualità del presente" sibila, ma nessuno applaude e l'ironia scivola via. Resistenza è resistenza alla fame partigiana, i viveri liofilizzati degli alleati calati sulle montagne con paracaduti, le polente fatte nei barattoli di nitro, la fame sfamata nelle isbe russe assieme al "nemico". La fame di Rigoni Stern, di Meneghello che "diventerà una ricetta di Vissani in televisione". La fame che origina l'universo. "Eravamo tutti in un punto prima del big bang poi Susanna decise di farci le tagliatelle, l'universo si creò per darle il grano, l'acqua, il ragù".

La resistenza funziona meglio dell'acqua per aggrapparsi al presente ancora maledettamente di guerra. Qui la botta emotiva arriva, da pelle d'oca, non ci vergognamo a dirlo. Basta "intonare i fratelli Cervi" di Rodari, "Soldatino canta canta" e il pubblico va avanti minuti, in piedi, commosso. L'amico morto per l'uranio impoverito, quelli ancora in agonia sono celebrati con la guerra di Piero. Una zampata necessaria, forse costruita, tanto meglio, ci voleva nella leggerezza del passatismo folcloristico. De Andrè c'è, aleggia sulle tre ore di concerto. E' sua la voce dello straordinario musicista dei Mercanti di Liquore, Lorenzo Monguzzi(segnatevi il nome, farà strada). Calda, profonda, da riempire la scena con una potenza espressiva che adombra persino il tarantolato Paolini. Il chitarrista accompagnato dalla fisarmonica di Piero Mucilli e dalla chitarra di Simone Spreafico sono la poesia che in questo spettacolo ha abbandonato la voce Paolini. l'attore l'ha affidata a loro. Biagio Marin, Ernesto Calzavara, Dino Campana. Son sempre loro, la bellezza di Paolini, lo slancio oltre la cronaca e il recupero del regionalismo. Danno respiro. Qui si coprono di della musica, si mescolano alle note, perdono il lirismo della parola pura, guadagnano il movimento nello spartito danzante.

"I poeti: ci ricordiamo qualche pezzo, tre versi di Dante, un frammento di Campana". Già, sulle note la poesia s'incastra a meraviglia, resiste. Diventa ballata orecchiabile, da battere le mani a tempo, da cantare assieme al trio. Soluzione geniale, anche per l'attore che muove il suo repertorio gestuale, anima la narrazione troppe volte statica nei precedenti spettacoli. Ci sta la filastrocca sul "Piccolo uomo di Como" e il suo delirio di potere, quella sull'acquirente dell'Adriatico, quella sulle stelle senza nome che illuminano la notte, quella meravigliosa e commovente sulla "Lombardia", quella politica su "Cecco il mugnaio". Ed è nelle sue corde l'ironia sul terrorismo che ammazza la democrazia e colpisce gli affetti solo perchè nel '74 lui e i suoi compagni trovano su un vagone di prima classe una borsa dal ticchettio sospetto. Non possono fare assemblea e devono abbandonare la comodità dei velluti dello scompartimento.

Ci raffredda invece ascoltarlo quando parla della Ninetta a Parigi anche se spezza il racconto con la nota poesia di Prevert sui tre fiammiferi. Meglio spegnerli e cantare sottovoce "cavalli otto... uomini quaranta"...

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