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L’Arena – Marco Paolini e il suo cane sospesi tra il cielo e la terra

Viaggio sulle strade che portano l'istinto alla ragione e la solitudine al silenzio. La voce narrante, in questo spettacolo, è la musica

Le storie restano, le parole cambiano. Marco Paolini questa volta le appoggia sulla musica. Forse anche per questo lo spettacolo al Nuovo (repliche fino a sabato alle 20,45 domenica alle 16) s'intitola Ballata per uomini e cani. Le storie sono tre racconti di Jack London: Macchia, Bastardo, Preparare un fuoco. La musica quella che da un po' accompagna l'attore bellunese: Lorenzo Monguzzi (chitarra e meravigliosa voce), Angelo Baselli (clarinetto) e Gianluca Casadei (fisarmonica).
Con la musica in scena Paolini già ha costruito spettacoli come Miserabili o La macchina del capo e il recente Song 14. Qui però l'operazione è più complessa. E non perché c'è pure un timido tentativo di interagire con i video di Simone Massi. Non si tratta neppure di disquisire per l'ennesima volta se sia teatro-canzone, narrazione, monologo o racconto.
L'IMPORTANTE è la consapevolezza: Paolini è attore, quindi corpo e convenzioni. Il suo racconto è un racconto musicale perché l'affabulazione si tesse nelle note, ha i tempi, il ritmo dello spartito. Ma mai come questa volta la parola danza sulla musica solo e grazie al corpo, fisico, concreto vorremmo dire, come una giullarata. La musica, quell'atmosfera alla Woody Guthrie, rimane voce narrante. Paolini sostituisce la lingua di London su quella musica. Una Ballata coccola l'udito, ma il teatro è anche visione, così l'attore impasta la materia sonora e mentre tiene con sicurezza le parole su un tempo, gioca con l'artificio che separa personaggio da narratore. Paolini è sul suo palco da patibolo, da commedia dell'arte, da quel giullare a cui l'attore solista attinge e ha attinto. È oltre la quarta parete che attraversa per rivolgersi alla platea. È nell'immagine che sta raccontando. Là dentro si perde, comodamente. È nei paesaggi lontani che diventano vicini, il grande Nord che diventa spazio presente. È nel racconto e nella scena su cui fa pure muovere i musicisti. È in un bidone che diventa slitta.
MANCANO le parentesi venete, le divagazioni localistiche, qualche spillo politico qua e là ma poca cosa. E anche le consuete incertezze nel recitato, gli inciampi della memoria questa volta diventano riverberi onomatopeici. Servono per tenere la rotta sulla strada che dopo London percorrerà pure Kerouac e Celine. Un viaggio senza passi all'indietro, che va non al termine della notte ma sulle strade che portano l'istinto alla ragione, la solitudine al silenzio, il cane all'uomo, le nostre miserie nella letteratura. Di viaggio sempre si tratta, da quello del Milione a quello del povero emigrante. Di uomini e animali si tratta, di fedeltà di uomini e cani, di fatica di uomini e cani, o forse della stessa terra, della stessa natura degli amati Mazzacurati, Zanzotto, Meneghello e Stern. La stessa immensità che separa terra e cielo, e un uomo in mezzo che cammina, con il suo cane.

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