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L’ARENA – PAOLINI E L’IDENTITA’ VENETA

«Sono diventato veneto quando, grazie ai poeti, ho capito che, con una lingua, potevo trovare parole e cose». Ecco in sintesi, il significato dei lungo monologo che Marco Paolini ha dedicato eccezionalmente ai veronesi che affollavano il Teatro Nuovo in onore della 25° edizione del "Premio Masi per la civiltà veneta". A presentarlo, il presidente della Fondazione il giornalista e senatore Demetrio Volcic, mentre, in chiusura, è giunto il saluto del presidente della nota azienda vitivinicola, Sandro Boscaini. L'attore è stato accolto da un pubblico pronto ad applaudire, che anzi lo aspettava già preparato a dirgli bravo, anzi “Brao l'è propri brao”.
Bravo lo è stato davvero e non ha deluso gli spettatori. In uno zibaldone concitato, Paolini ha racchiuso in un'ora la sua carriera e tutto il territorio, dal mare alla pianura, fino alla montagna. Il premio della Fondazione Masi è stato il filo conduttore degli autori citati. A collegarli l'appartenenza geografica, la ricerca della lingua, il passato comune, l’intima comunanza con lo stesso Paolini, che li ha letti, sentiti, incontrati e portati a teatro: dal Bestiario veneto al Milione fino ad arrivare a Filò (presentato lo scorso 15 settembre a Valeggio).
Una domanda di fondo ha segnato tutto il percorso: «Cos'è questa civiltà veneta, cui il Premio Masi è dedicato?». L'attore, allora, è partito dal Piave e dal Montello, simboli della Grande Guerra rimasta indelebile nella memoria. Sono luoghi storici che divengono letterari nel Galateo del Bosco di Andrea Zanzotto e del suo andar per ossari. Ma le radici del Veneto non si fermano alla storia e al vissuto comune, vanno più in profondità. Così interiormente da trasformare in poesia i bisogni corporali che uniscono in pace ed in guerra, nell'orto come in campo di battaglia. A chi ancora sostiene che "Ghe voria na guera" Paolini risponde domandandosi cosa insegnerà mai una guerra? Basta leggere il Sergente della neve di Mario Rigoni Stern, per capire che la racconta uno che l'ha vissuta: «Più niente mi faceva impressione; più niente mi commoveva. Ero arido come un sasso».
A riportare il sorriso al pubblico è venuto in soccorso Luigi Meneghello, ricordando che l"essere veneto" non va cercato nelle date storiche perchè se per l'Italia l'8 settembre significa l'armistizio del'43, per Vicenza è la festa patronale con la sagra e le giostre. E’ il richiamo a Meneghello a Libera nos a Malo e all'Amleto è anche una ricerca delle voci e dei suoni di una terra le cui tracce vanno ricercate nella lingua, nella poetica vicentina di Fernando Bandin e nell'incomprensibile dialetto triestino di Biagio Marin. Sonorità vive che si contrappongono alla lingua da segreteria telefonica di un italiano che sembra "una traduzione dall'inglese fatta male". Così, Paolini è rimasto in bilico tra la serietà e l'umorismo atteso, interloquendo a tratti con la sala, avvicinandosi per ricreare uno spazio d'intimità, richiamando gli applausi con brevi sparizioni per cercare un libro e piccoli imprevisti, sia reali che teatrali. Un elogio all'improvvisazione di cui già si conoscevano le potenzialità.

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