di Davide Carbone
Una scenografia praticamente assente, con un solo leggio a fargli da spalla, illuminato ancora prima dell’inizio dello spettacolo. Marco Paolini entra in scena salutando il pubblico con discrezione e venendo accolto da un applauso guadagnato in anni di pratica teatrale viva e pulsante, ridendo di sé stesso come solo i grandi sanno fare, e definendosi più volte “esperto di catastrofi. Italiane”.
Dal 5 al 9 novembre apre la stagione 2025/26 del Teatro Goldoni a Venezia Bestiario idrico, che Paolini ha presentato a metà settembre a Villa Angaran San Giuseppe, a Bassano del Grappa, in forma di studio. Un allestimento tanto semplice nella scenografia quanto diretto ed efficace nella resa di un racconto che parla di quanto e come l’elemento-acqua sia legato alla storia del nostro Paese, dal punto di vista paesaggistico, morfologico e ovviamente sociale, considerato l’autore in questione.
Un monologo che Marco Paolini porta avanti supportando il peso imposto dall’argomento complesso, in cui attraverso giochi di parole e apparenti nonsense – in realtà di senso se ne trova a palate, nascosto ma non troppo nelle pieghe di una scrittura teatrale e didattica –condivide con il pubblico le scoperte fatte documentandosi sul campo, consumando la suola delle scarpe e parlando con personaggi che spaziano da Noè all’idrogeologo affermato, ponendo loro le domande che verrebbero in mente a chi siede in platea e ottenendo risposte dall’efficacia inarrivabile, perché ispirate alla vita di tutti i giorni, con perle comiche dialettali, quando l’italiano non basta.

Del resto, conoscete un altro artista capace di chiarire concetti fondamentali per un dibattito costruttivo sull’argomento dialogando amabilmente con un’anguilla, come noi potremmo chiacchierare con il nostro vicino di casa? Anguilla che in quanto a competenza, tra l’altro, ha davvero molto da insegnarci.
Scritto con Giulio Boccaletti, coprodotto da Jolefilm e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, il nuovo monologo ininterrotto di un’ora e tre quarti conferma Paolini narratore impareggiabile di un racconto che ne intreccia come al solito molti altri: dall’importanza dei corsi d’acqua nella storia dell’uomo alla descrizione di quello che letteralmente “ci scorre sotto i piedi”, passando per il fondamentale ruolo di argini, bacini idrici e dighe nelle dinamiche economiche e sociali che ci governano, unite alla consapevolezza di come i conflitti che adesso si combattono per il petrolio, saranno (e sono già) innescati da un’emergenza idrica che affronteremo in maniera risoluta quando forse sarà troppo tardi.
Rii, rogge, canali, tagli, gore, fossi e fossati sono esseri viventi che Paolini coinvolge in un dialogo che sfocia volentieri nel dialetto, a catturare l’attenzione di un pubblico che ancora una volta viene messo davanti a una verità cruda, frutto di studio, una di quelle verità che ti strappano un sorriso amaro. Con urgenza. Con partecipazione.
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