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L’Heimat Italia di Marco Paolini

Negli ultimi anni il Nord Est è diventato il laboratorio antropologico di una borghesia senza memoria e altri interessi che far “sghei”. Eppure poche terre avevano dato altrettanto alla cultura democratica di questo Paese, da Pasolini a Saba, da Rigoni Stern a Zanzotto. La rapida mutazione genetica del tipo nordestino è stata possibile al prezzo di una gigantesca e dolorosa rimozione delle radici, di un violento e caotico oblio. Il mestiere di Marco Paolini è coltivare quelle radici, mantenerle vive col racconto, proteggerle dalla tempesta che ha stravolto la sua terra, nel paesaggio materiale e umano. Nella metafora contadina di Paolini, le storie sono “un modo di metter via quello che non serve più, perché non si sa mai”.

A forza di stipare pezzi di ricordi veri o inventati, in attesa di tempi migliori, Paolini è riuscito a comporre in diciassette anni di teatro un’opera davvero unica. Gli Album in uscita con Einaudi Stile Libero sono il romanzo di formazione che la letteratura e il cinema italiani provano a fare da decenni senza riuscirvi (da oggi è disponibile il primo cofanetto: comprende un libro e due dvd, e costa 27 euro; il secondo volume sarà invece pubblicato a metà ottobre).

Al cuore del racconto c’è la storia, anzi le storie (dal ’64 all’84) di Nicola e dei suoi amici, un gruppo di bambini veneti che nasce nell’Italia del boom, dalla parte allora povera, e diventa grande negli anni Settanta fra le bombe e la violenza politica. E’la generazione dopo quella del ’68, assai più segreta e disperata, vista dall’angolo di una provincia che più provincia non si può, alla vigilia della rivoluzione consumista.

«La roba doveva durare come un’amicizia. La bici era una per tutta la vita, te la davano in terza media per andare in centro e sui pericoli. In centro, in quegli anni là, non ci si andava perché avevamo la boccalarga, il culo grosso, i brufoli dappertutto e non eravamo mai vestiti abbastanza bene. No, molto meglio sui pericoli».

L’amicizia non è un sentimento, è il modo di affrontare la vita e la società. Nicola e gli altri scoprono insieme il mare, naturalmente in colonia, poi l’oratorio, le canzoni di Battisti, il cineforum, il bar della Jole, mitica e tettona come la tabaccaia di Amarcord, e ancora il teatro di Brecht, la politica. In mezzo c’è il rugby, terragna filosofia del buon vivere. Per colpa o merito di Tarcisio, prete operaio che viene sospeso a divinis e allora fonda una squadra, il gruppo dei chierichetti si trova trasformato in pacchetto di mischia. Il prete allenatore adatta alle nuove esigenze il catechismo: «Quando uno ti dà uno schiaffo, ti ga da corerghe drio, tallonarlo, riversarlo, ribaltarlo, stringerlo per col e poi porgergli l’altra guancia e chiedergli: vu tu provar ancora?»

«Il rugby da noi è un mistero, in nessun’altra regione è così popolare», dice Paolini. E’ questione sempre di rapporto con la terra e con l’amicizia ma anche qualcosa di più, l’utopia di un mondo perfetto dove c’è spazio per tutti, alti e bassi, forti e deboli, poveri e ricchi, e lo scontro è sempre leale, aperto, si combatte, si odia, ci si riempie di botte ma alla fine ci si stringe la mano. «Magari fosse così la vita». Sullo sfondo, molto sullo sfondo, le ragazze, la Norma, la Milena, LA Maria Bellotto, impossibile oggetto del desiderio, appena sfiorato come dietro un vetro di cristallo, senza mai il coraggio di parlare.

E’ un piccolo magnifico mondo che esplode insieme alla bomba di Brescia nel’74, la storia di Nicola e degli altri finisce con l’attentato che squarcia Piazza della Loggia e insieme simbolicamente tutte le piazze della provincia italiana, strappando un’intera generazione alla vita dei ragazzi per consegnarla alla stagione dell’odio e della violenza. Gli Album si dividono in dieci capitoli o episodi o canti, composti negli anni. Qualcuno li avrà già visti in teatro, molti altri in televisione, dove facevano da prologo alle inchieste di Report. Ma ora, raccolti nel libro e nei due cd, il racconto prende la forza di un vero romanzo epico, con uno sguardo sospeso fra ironia e tragedia ma in ogni caso originale rispetto ai due grandi e ormai logori filoni del cinema e della letteratura italiana, il melodramma e la commedia. Il paragone più scontato degli Album è con La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana ma con molta più carnalità e pathos. Il vero modello in realtà bisognerebbe cercarselo fuori dall’Italia, nell’Heimat di Edgar Reitz. Manca naturalmente la grandiosità filmica del capolavoro tedesco ma c’è una simile intensità, la capacità di rendere il senso del tempo e il farsi collettivo della storia, perfino la coralità del racconto, sebbene Paolini sia solo sulla scena. Marco passa per un grande affabulatore, nella tradizione alta del teatro «povero» che porta da Dario Fo ad Ascanio Celestini. Ma in realtà più che un affabulatore è un attore collettivo che ospita nel corpo e nella voce un intero coro. In scena si cala in decine di ruoli, riesce a sdoppiarsi in dialoghi vivissimi e perfino a moltiplicarsi in assemblee di personaggi, in una comunità intera, in una piazza. Un talento d’attore che sarebbe virtuosismo se non fosse sempre al servizio dell’obiettivo dell’autore, evocare l’anima di una koinè. Teatro civile nel senso più autentico e antico. Se questo è lo scopo del lavoro di Paolini, gli Album sono il suo capolavoro. Più di Porto Marghera e dei Tigi ispirati al mistero di Ustica, più del giustamente celebrato Vajont, grazie al quale Paolini è conosciuto dal grande pubblico televisivo. In queste opere si partiva dalla Storia, dall’evento tragico, per coinvolgere il pubblico nel racconto delle piccole storie, della condizione umana. Negli Album si comincia da un bambino e dalla realtà che lo circonda per allargare lo sguardo alla storia, a un mondo. Metà dello spettacolo si svolge sul leggendario tempio rugbystico del Petrarca Padova e quello che Paolini offre al pubblico è un duro, formidabile allenamento nel fango. Ma alla fine si esce più forti, si respira meglio.

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