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Libertà – “A London devo molte emozioni”

Paolini in “Ballata per uomini e cani”

Stasera e domani alle 21 il sipario del Teatro Municipale si apre sulla Ballata per uomini e cani di Marco Paolini, che torna in scena accompagnato da Angelo Baselli (clarinetto), Gianluca Casadei (fisarmonica) e Lorenzo Monguzzi (chitarra e voce). Il grande

affabulatore bellunese stavolta si cimenta con la narrazione d’avventura americana di Jack London, che coniò una prosa delle più potenti e solide dell’intera narrativa statunitense. Abbiamo scavato nello spettacolo a tu per tu con Paolini, che, insieme ai suoi musicisti, incontrerà il pubblico piacentino mercoledì alle 18 al Teatro Filodrammatici per il ciclo Ditelo all’attore condotto dal critico Enrico Marcotti.

Paolini, quali la genesi e i perché di questo spettacolo?

«Nasce da una edizione del Festival dei Suoni delle Dolomiti. Ho iniziato a fare questo racconto lassù nel 2010 per poi ripeterlo altre volte in luoghi aperti. L’evoluzione è iniziata con l’ingresso di Monguzzi e degli altri musicisti: se i racconti sono rimasti più o meno quelli di partenza, la forma di ballata musicale è venuta dopo e in teatro si è arricchita di oggetti, luci e di un bellissimo disegno animato di Simone Massi. La scelta di dedicare uno spettacolo a London deriva da una sorta di debito emotivo e culturale nei suoi confronti. Se i romanzi sono troppo lunghi per essere trasposti in modo convincente, ho scelto dei racconti più adatti alla traduzione in forma orale e, siccome l’oralità ha le sue peculiarità, mi sono reinventato una lingua, sperando che renda giustizia alla sua».

Da quali testi è partito e che traduzioni ha scelto?

«Ho lavorato sul ciclo della neve e del grande Nord, iniziando con Preparare un fuoco, a cui ho aggiunto altri racconti che avevano come coprotagonisti uomini e cani, Bastardo, decisamente tragico, e Macchia, umoristico: testi pubblicati in raccolte successive ai romanzi famosi, nati quasi sempre come racconti per i giornali. Quanto alla traduzione, ci ho lavorato con l’amico Davide Sapienza, che ha iniziato a tradurre London da anni: con lui ho condiviso l’intera operazione, è stata la mia guida anche per certi aspetti geografici e nel contatto con le università americane dove lo scrittore è stato riscoperto in tempi recenti dopo un lungo oblio. Abbiamo cercato di ritrovare il suo stile, di riscoprire anche una certa voluta rozzezza della lingua e l’uso di espressioni “sporche” derivate dal carattere dei personaggi. Guidato dall’istinto, ho dato ascolto a queste suggestioni più originarie, appartenenti all’uomo London, che rispecchiano la sua esperienza di vita da autodidatta, dura, avventurosa e vagabonda. Come Conrad e Melville era un marinaio, ma un marinaio della neve. Rispetto a loro è più “pop”, forse meno raffinato e seducente per i palati fini».

Cosa aggiungono musiche e canzoni allo spettacolo?

«Abbiamo evitato di creare scontati e inutili tappeti sonori. Le musiche portano avanti il racconto, hanno la stessa dignità della parola. Non abbiamo calcato la mano sul virtuosismo, prediligendo la semplicità di intuizioni che offrissero richiami all’America ma anche a suoni italiani, che non sono spiegati e non sono facilmente riconoscibili: meglio lasciarsi guidare dall’immaginazione».

Tra i temi sollevati dallo spettacolo, il senso del limite: si presta ad una interpretazione attualizzante?

«Mi piace lasciare la chiave di lettura a chi guarda. A London si può far dire quel che si vuole, perché in lui c’è tutto e il contrario di tutto, ma vorrei lasciarlo parlare senza caricarlo di intenzioni. Non è teatro civile, ma un racconto lieve. Per me, ciò che rende prezioso London è che parla di ciò di cui ha fatto esperienza: il suo valore si annida nel suo sentire, nel suo coinvolgere il lettore parlando della difficoltà di vivere e di crescere ma senza dispensare consigli».

Le è appena stato riconosciuto il Premio Nazionale Cultura della Pace a Sansepolcro: che significato ha per lei in relazione al suo modo di fare teatro?

«Ne vado molto orgoglioso e lo riferisco alla parte del mio lavoro in cui mi sono cimentato con la memoria e la nostra storia recente, al cosiddetto teatro civile. Ma non vorrei che si abusasse di categorie, che mi si incasellasse troppo: chiamo teatro ciò che faccio e non sono uno specialista di teatro civile; il bello del mio mestiere è che mi permette di scegliere, e quindi, qualche volta, anche di fare i “cattivi”».

Paolo Schiavi

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