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L’opinione di Giorgio Gosetti

"Chi dice…documentario, dice danno. E’ un preconcetto fortemente radicato nel sentire comune, è una parola che fa fare istintivamente un passo indietro allo spettatore normale, è una parola logorata dal (mal)uso che evoca dotte incursioni geo-televisive, naturalismo da tarda ora, polverose immagini di repertorio. Forse anche per questo, chi crede alla vitalità di questa forma narrativa, anzi alla sua straordinaria spettacolarità del quotidiano, una volta di più ha copiato i francesi e preferisce chiamarlo “cinema della realtà / cinéma du réel”.

Buffa sorte per un filone costitutivo del grande cinema fin dalle origini, fin da quando nomi come Flahery, Murnau, Ejzenstein scrissero la storia del cinema su grande schermo rubando le emozioni più forti alla vita reale, usando la cinepresa come tramite privilegiato (la potenza del primo piano) tra le persone normali (sedute in sala) e altre persone normali (pantografate sul telo bianco).

Tant’è, anche in Italia tocca rifare il percorso all’inverso e ricordare con i talenti di oggi che proprio nel documentario ci sono le radici del neorealismo (il magistero di De Robertis a favore di Rossellini, l’utopia della gente comune di Zavattini e Amidei, la formidabile commistione della verità e della messa in scena di La terra trema e gli attori presi dalla strada di De Sica) e che è con questa chiave che un intero paese si è raccontato diventando esemplare nel mondo per i suoi sentimenti ma anche per la ricerca formale con cui venivano rappresentati. Valga per tutti la lettura del fenomeno neorealista riproposta ancora di recente da Carlo Lizzani nelle sue bellissime pagine dedicate all’estetica del movimento in “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”.

E’ con questa complessa partitura concettuale ed espressiva che si vanno misurando da tempo Andrea Segre e Francesco Cressati, è grazie a questo strumento che hanno avuto accesso alla porta grande dei Festival (dalla Venezia che tenne a battesimo Marghera Canale Nord a Torino dove si è visto in anteprima La Mal’Ombra).

I Festival sono stati, in questi anni, il passaporto obbligato per i documentaristi di talento che qui hanno trovato ascolto, spazio, visibilità quando tutte le altre porte della commercializzazione del loro lavoro sembravano sbarrate. Ma proprio i Festival hanno rischiato, ad un certo punto, di diventare il ghetto dorato in cui imprigionarli, ridurli a fenomeno minoritario quando invece l’esperienza del “cinema della realtà” - una volta provata – esercita su qualsiasi spettatore un fascino difficilmente eguagliabile. Strano a dirsi, si deve al festival più commerciale, istituzionale, paludato ovvero al Festival di Cannes, il definitivo “sdoganamento” del genere quando il direttore Thierry Fremaux mise in concorso Bowling for Columbine di Michael Moore. Da lì è nata la moda, da lì si è forse esagerato scambiando la retorica facile dell’astuto(e dotato) regista per una nuova “dittatura della verità”, ma il vantaggio indiretto per chi fa cinema in questo modo è innegabile. E adesso tutti riscoprono volentieri Emile De Antonio, Frederick Wiseman, Errol Morris, così come – per fortuna – anche Andrea Segre e Francesco Cressati, promossi in serie A dalla Jole Film e dalla passione di tanti.

Di La Mal’Ombra il critico potrebbe dire tante cose e fa piacere annotare che sarebbero in larga misura cose positive, a cominciare dalla straordinaria maturazione che la storia del Presidio di San Pietro ha avuto tra il frammento del collettivo Checosamanca e il nuovo film.

Ma l’elemento che mi piace di più sottolineare è l’oggettiva “cinematograficità” di questa storia. Ciascuno potrà dire la propria sulle motivazioni della vicenda, sui suoi meravigliosi protagonisti, sul valore politico della denuncia. Ma chi si occupa di cinema non può prescindere dalla qualtià narrativa, dalla precisione formale, dal climax emotivo che l’impasto di sceneggiatura, montaggio, musica, primi piani e campi lunghi riescono a produrre nello spettatore. Una sequenza per tutti: l’appassionante vigilia elettorale, il senso di sconfitta che attanaglia i personaggi alla pubblicazione dei risultati, l’entusiasmo di rivalsa con cui veniamo a conoscere il voto del paesino di San Pietro. Tutto raccontato tra una tempesta fuori stagione, il primo piano di uno dei protagonisti abbarbicato al suo cellulare in attesa di notizie, le facce dei suoi compagni d’avventura.

Ed è per questo che, presentando il film, mi sono posto per un attimo nei panni del critico che, sul suo giornale, deve segnalare La Mal’Ombra ed etichettarlo come sempre si fa nelle brevi “pagelline” dei quotidiani. Mi è venuta allora voglia di chiamarlo un “western italiano”. Forse perché gli spazi, i cavalli, la lotta del piccolo contro il grande (tutti elementi di quel genere tipicamente americano e per questo a noi immediatamente familiare) ci sono tutti fin dalle prime immagini filmate da Segre e Cressati. Forse perché nello stile del film tutti i suoi “eroi” vengono enfatizzati dalla cinepresa con riprese dal basso e primi piani “parlanti” come si sarebbe fatto con Orson Welles, John Wayne, Gary Cooper. Forse perché questa vena di cinema civile ci è più cara se proiettiamo sullo schermo dei nostri sogni Jimmy Stewart che va a Washington a difendere i diritti degli ultimi che non se diamo voce a Clelia, Daniele, Lorenzo e gli altri del presidio.

Ma soprattutto perché è del western mettere in scena l’eterna contraddizione tra i vincenti della storia e i resistenti del mito, tra indiani e cow boys, pionieri contro affaristi, uomini liberi contro invasori, predatori contro gente comune.

Ed è così, alla fine, che mi piace ricordare i fantastici apaches del Presidio: come facce vere, di gente vera, in una storia vera che ha il sapore della verità. A ciascuno spetta ricavare un senso da questa storia e magari agire di conseguenza (Marco Paolini raccomanda ad esempio di “perdere un’ora” – nel senso nobile del perdere, ovvero investire il proprio tempo - per bere un’ombra nel tendone del presidio in quel lontano nord est dalle parti di Rosà). A tutti spetta invece di innamorarci di queste persone che non fanno parte dell’indistinto, tanto moderno “la gente”, ma sono uomini e donne, grumi di passioni e storie che, da questo momento, fanno parte di noi e della nostra vita grazie al cinema".

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