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L’UNITA’ – SE LA NEVE CADESSE SOLO NEI LIBRI…

Forse la neve sta scomparendo, come tante cose, del resto. Però le cose che scompaiono, le cose inattuali, sono a volte bellissime; come la neve, descritta e raccontata da molti scrittori, da Epicuro a Selby jr. a Raffaello Baldini, poeta romagnolo che, sulla neve, nella raccolta La nàíva (1982), ha scritto tra le pagine a me più care. Quanti ricordi suscita il ricordo della neve, per chi ha avuto la fortuna di guardarla con gli occhi dell'infanzia? Quanta gente, in quest'Italia al sole, non ama la neve, la teme, non la guarda più?
«Sotto quella neve vivono i miei ricordi» dice Marco Paolini citando Mario Rigoni Stem (con la dolce commozione ossessiva che ha nel ricercare le sue stesse origini: pensiamo al suo dialogo con Luigi Meneghello) nel filmato struggente (regia di Carlo Mazzacurati) che lo vede dialogare con l'autore de II sergente della neve. La neve nasconde tutto lasciando tutto intatto; nasconde e preserva; cancella, sia pure con un biancore infinito, le tracce che ci sono, che sempre ci saranno. Anche quando non ricordiamo, ugualmente i ricordi ci sono, che' essi non scompaiono (vivono appunto, nascosti da una neve). C'e' sempre purezza nel gesto di ricordare; pure, c'è sempre purezza nel gesto di nascondere i ricordi nella neve. Tutto questo e' umano. Camminano sulla neve dalle parti di Asiago, Paolini e Rigoni Stern, e hanno confidenza, affetto, si parlano da uomo a uomo; Rigoni Stern e' un bonario dio della montagna (un uomo che ha fatto figli , ha fatto legna, ha fatto la guerra); Paolini, invece, fanciullo sperduto, tormentato dall'infanzia: dall'infanzia come destino. Rigoni Stern gli dice: "Vedi questa e' la neve fredda dell'inverno, e' come la farina. Ogni stagione, ogni neve ha il suo nome". Appunto, ogni neve e' diversa e ha un nome diverso; oggi invece, la neve disturba, è un ingombro, un tormento per i guidatori, per l'Anas, per i piloti, per i manager in partenza, per tutti; è quasi scomparsa dall'orizzonte, anche per ragioni climatiche. C'è stato un tempo, però, che la gente, per via della neve, è rimasta chiusa in casa per interi giorni (imparando il mestiere, fondamentale, di aspettare); ci ha camminato sopra per giorni, in compagnia; l'ha macchiata, sciogliendola, di sangue; l'ha appallottolata per bussare alla' finestra della fidanzata (come nel bellissimo film Noi albinoi); l'ha messa in bocca per dissetare una bocca piagata dal freddo Epperò il mondo si copre, quando nevica, tutto si nasconde, come la colpa (T.S. Eliot scrisse, ne La terra desolata, che «l'inverno ci mantenne al caldo, ottuse / con immemore neve la terra»). Scrive Giorgio Pressburger nel romanzo La neve e la colpa (1998): «La neve è come la colpa, perché copre tutto, erba, arbusti, cespugli. (...)Poi, in primavera, tutto si scioglie al primo sole, le zolle devono la neve che diventa acqua e scompare nel ventre della terra, nelle profonde cavità, nei fiumi sotterranei. La neve scompare (come scompare l'apparenzaa della colpa), ma la terra se ne imbeve, ne trae nutrimento per la bellezza della natura, i colori, i fiori e le foglie. Tutto si nutre dell'acqua come della colpa che si fa assorbire, diventa l'essenza delle cose. Per questo si paragona la colpa alla neve». Ha ragione Pressburger, la neve è come la colpa: scomparendo, imbeve tutto. Quanto sono legati i morti di Auschwitz (la tragedia degli ebrei) con l'immagine della neve? La neve si scioglie sempre sui ricordi che si nascondono; e, probabilmente, sempre sarà nell'occhio di chi è alla fine dei suoi giorni un paesaggio (un presagio) di neve. Scrive Giosuè Carducci, in Nevicata, tra le sue poesie più belle: «Lenta fiocca la neve pe l'cielo cinereo: gridi, / suoni di vita più non salgono da la città, (...)In breve, o cari, in breve - tu càlmati, indomito cuore - / giù al silenzio verrò, ne l'ombra riposerò». Chissà se la vista dell'uomo al termine della vita sarà davvero sempre più bianca, oppure sempre più nera, come invece immaginò Goethe. La modernità crea nuovi paesaggi e nuovi miti (ma è troppo vicino il paesaggio di ieri, che per millenni è stato sempre uguale, per amare questo nuovo); e questa modernità insozza la neve, le toglie inesorabilmente il bianco. Scrive il troppo dimenticato poeta ligure Paolo Bertolani, in una poesia dialettale intitolata A neve: «La neve / che muoveva collinette / d'argento dentro alle notti, / e bestie e cose / a non finire, / ora - le rare / volte che viene - / cos'è? Presto / una melmetta nei vicoli, / e dove è ancora nuova / solo un patire per gli uccelli / in bilico / sulle punte dei recinti». La neve diventa troppo presto «melmetta», oppure «pista da sci»; ma dov'è finita la neve come incanto e angoscia, come colpa e come gioco, come attesa e come torpore? Dov'è finito il gesto di aprire le persiane e rimanere stupiti davanti a una neve inattesa? La neve
però è anche un aawertimento», un «miracolo» che bisogna saper leggere, come non riesce di fare ad alcuni personaggi nel racconto di Raffaele La Capria La neve del Vesuvio (1988). In questo racconto, un giorno, inaspettatamente, compare la neve sul Vesuvio. I giovani, però, per l'incalzare dell'esistenza, non riescono a fare una gita sul «vulcano muto»: «Partirono senza farsi più vedere, senza salutare nessuno dei ragazzi. Finirono le belle giornate che erano durate fin troppo quell'inverno. E la gita sul Vesuvio non si fece più, anche perché la neve intanto era sparita, e chissà quando sarebbe riapparsa un'altra volta». Quando compare «la neve sul Vesuvio», allora bisogna andare, partire, interrogare l'inaspettato, imparare che tutto è possibile, finanche l'incredibile.
La neve sa sfondare un tetto; sa travolgere un paese; sa dimezzare un esercito; sa schiacciare nel fango le facce psicotiche di Napoleone e di Hitler; suscita raccoglimento e malinconia; divora le gambe dei soldati; educa i ragazzi all'attesa; nasconde il mondo (come un carnevale che sovverte la natura). La neve è anche la neve di notte, quando un filo di luna si posa appena sul mondo, accendendolo di brillii d'argento (ma la troppa bellezza fa male, blocca i pensieri, come un'angoscia «novecentesca», tutta intellettuale).
La neve è l'inverno che infine cade sulle persone (e sarebbe bello se ogni vita finisse e coincidesse con la neve, lasciando alfine delle impronte, proprio come fanno certi animali misteriosi che scompaiono per sempre nei boschi). Davanti alla neve si piange; lo fa Ka, nel finale di Neve di Orhan Pamuk: «Mi sedetti e osservai le luci arancione delle ultime case nei sobborghi che si vedevano tra i fiocchi di neve, le stanze malandate dove si guardava la televisione e i fumi sottili, tremolanti ed esili che uscivano dai comignoli storti sui tetti coperti di neve: cominciai a piangere». Scrive Anacreonte nella traduzione di Quasimodo: «Ecco, il mese di Posidone /comincia; e gonfiano d'acqua le nubi e cupamente / le impetuose bufere rombano». Poi è buio, buio per sempre, e anche la neve scompare dagli occhi che fino a un attimo prima erano vivi, lucenti come una stella.

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