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mentelocale.it – Marco Paolini in ‘La macchina del capo’

Sulle note della chitarra Lorenzo Monguzzi intona: «Ta ta ta Tabelline, belline, tabelline... 6x1: Treviso Belluno ...6x4: pulisce il gatto ...6x5 io non capisco le lingue». È la maestra a presentarci Nicola: «un bambino prealpino» e poi via con quell'interrogatorio tipico dei grandi: «che mestiere fa tuo papà? Ferroviere. E tu da grande cosa vuoi fare? Lo stesso che fa mio papà».

Così, in un gioco di accenti Paolini ci riporta indietro, negli anni Sessanta, ricordandoci la lezione di Tullio De Mauro sull'alfabetizzazione italiana ad opera di tante persone che dal sud si spostavano al nord con i loro dialetti cercando di parlare l'italiano.
Recuperando per contrasto il suo caro veneto, Marco Paolini (molto più a suo agio come narratore rispetto alla prova di Il sergente nella neve da Mario Rigoni Stern) ci conduce per mano dentro i ricordi di bambino di Nicola, uno che si sentiva «ospite» da quando era arrivato in pianura e che se a scuola se la cavava, bé se la vedeva meno bene nel dopo scuola, tra prepotenze e partite di calcio che finivano sempre con una palla persa di là dalle suore, dove c'era la madre superiore che «te la sbusa» la palla.

Scritto a quattro mani con Michela Signori, La macchina del capo (al Teatro della Corte, fino a domenica 13 marzo 2011) prende vita dagli Album: una serie di racconti teatrali costruiti dallo stesso Paolini per coprire un arco temporale di vent'anni che va dal 1964 al 1984, in cui cresce un gruppo di personaggi: Oscar «che aveva inventato quasi tutte le regole del calcio moderno, perché il pallone era suo»; Piero il matto a cui il gruppo malassortito di ragazzini faceva fare da arbitro per non pigliare un sacco di botte; Ciccio, sempre in porta, che anche a dirgli «smettila di mangiare» non mollava la merenda ché se non la finiva poi come faceva a cominciare la cena? E ancora Vittorio, quello ricco con la 'r' moscia e Ennio a cui la mamma gridava anche a giugno «non correre, non sudare, mettiti il berretto e allacciati il cappotto». Cesarino che, qualsiasi cosa gli chiedessi, rispondeva con una cantilena «non sono capace».

In questa banda del campetto, Nicola racconta di aver passato un'infanzia sotto le armi all'epoca delle elementari, rievocando episodi di conflitti tra piccoli e grandi, degni del film La guerra dei bottoni. E poi le vacanze, in colonia: o «centri di sorveglianza permanente». Dove per stare sicuro, Nicola si porta le biglie di plastica con i ciclisti, e Bitossi «che se c'è Bitossi in colonia non mi succede niente». Primo giorno di colonia: primo giorno di galera, in punizione. E quando all'orizzonte, oltre la rete appaiono due persone, «due civili, due liberatori tutti fanno la faccia da orfani» ma sono solo i genitori di Leo venuti in visita alla colonia Rattelli a Cattolica. «Era l'Itala al tempo del colonialesimo. Avanti popolo che andrà a crescere in riva al mare».

Una narrazione accattivante, che Lorenzo Monguzzi punteggia con la sua chitarra (che suona e usa come percussione), ma anche cantando e suonando un kazoo (in un accompagnamento che sostiene e spinge il racconto), come al solito popolata di una miriade di personaggi a cui Paolini dà voce/tono/accento e corpo, seppure in pochi gesti e consumata mimica. Ogni battuta porta alla risata dolce di è proprio vero, succedeva proprio così. È un continuo ritrovarsi per chi c'era e per chi l'ha solo sentito raccontare. E anche per chi è troppo giovane per riconoscersi, gli episodi della scuola o quelli al campetto diventano parabole universali di un modo tutto italiano di essere bambini.

Uno spettacolo godibilissimo, leggero e divertente, ma anche in grado di restituire uno spaccato di storia civile, quella delle persone comuni, tante, dell'Italia dell'altro ieri.

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