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Messaggero Veneto –

A San Vito al Tagliamento

Marco Paolini, come una “diretta” sul filo dei ricordi

SAN VITO AL TAGLIAMENTO — È quasi una radiocronaca giocosa, questo ‘Tiri in porta’, seconda puntata di una personalissima trilogia sull'infanzia, presentata da Marco Paolini l'altra sera al Comunale di San Vito al Tagliamento. Radiocronaca, e non solo perché il gioco del calcio, richiamato fin nel titolo, la fa da padrone nel racconto, ma anche perché la tecnica affabulatoria di Paolini di molto si avvicina al modo un po' concitato e fantasioso al tempo stesso del narrare in diretta. E la diretta, qui, si gioca sul filo dei ricordi. Ma ricordi vivi, palpabili, dell'evidenza delle cose vissute intensamente e mai archiviate in quel ripostiglio sorprendente che è la memoria.

Le storie, che animano il narrare di Paolini, sono storie di ordinaria e felice infanzia: un'infanzia spesa all'ombra dell'oratorio in quella landa cattolicissima e scanzonata insieme che è il Veneto, luogo fisico e , immaginario anche di uno dei più bei romanzi di questi anni, e la cui eco è molto efficacemente presente nel lavoro di Paolini, il ‘Libera nos a Malo’ di Luigi Meneghello. Siamo, infatti, dalle parti di Treviso, e più precisamente in via Monte Cengio, tra un Marco Paolini compagno per il gioco del pallone e l'asilo delle suore, regolarmente preso di mira dai tiri alquanto imprecisi dei giovani e grintosi giocatori. Il tempo tardi Anni Sessanta, quando la contestazione era ancora a venire e il nostro ne era comunque ancora indenne, e non solo per ragioni anagrafiche, e sul finire dell'estate. Di ritorno dalla colonia, argomento della prima parte de ‘Gli album di Marco Paolini – Adriatico’ (presentato per le scuole ieri mattina a Codroipo), il nostro bambino si trova a festeggiare il compleanno.

Una festa molto casalinga, con gli amichetti maschi e una sola femminuccia, Milena, piuttosto malvista dal resto della compagnia. Un resoconto divertente e affettuoso, dove l'ingenuità disarmata, e perciò comica, degli accadimenti ha la meglio sulla patina di tenera malinconia, che pure lo pervade e che si conclude con un buffìssimo «spegnevo le candeline e compivo gli anni». E il racconto, con gli occhi sgranati e limpidi del bambino, continua con la descrizione dei giochi: interminabili partite a calcio, con la solita Milena, intrusa, ma bravissima nel "tiro fìsso", capace di destabilizzare le regole rigidamente maschili delle competizioni. O ancora, con il gioco delle figurine, rigorosamente di campioni della pedata, dominato da

Piero Matto, corpulento outsider, che a causa di una non meglio definita malattia non va a scuola, è libero di «dire parolacce e ascoltare alla radio Nicolò Carosio», invidiato e temuto da tutti gli altri. Che costituiscono una piccola galleria di tipi molto comuni, come per esempio il figlio di papà con l'erre moscia o il capitano della squadra e proprietario del pallone, il più coraggioso, colui che sa inerpicarsi su di un pericolosissimo palo traliccio per fissarvi la bandiera del gruppo e che, pur di salvare un amico in difficoltà nelle torbide acque di un laghetto, non esita a morire, come in tanta narrativa per l'infanzia, per esempio ‘I ragazzi della via Pal’, cui peraltro lo spettacolo è dedicato.

Spettacolo veloce e accattivante che ha la sua forza nella maturità artistica di Paolini, cui non sono mancate significative esperienze di teatro, una per tutte la partecipazione a diversi spettacoli di Gabriele Vacis e del gruppo Laboratorio Teatro Settimo. Uno spettacolo che ha catturato con la dolce ironia del ricordo e la bella prestazione mimica e vocale di Paolini, il pubblico, soprattutto giovanile, che affollava il teatro di San Vito.

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