«Memoria Festival» Da oggi a Mirandola con Serena Dandini, Luciana Littizzetto, Walter Siti
di Piero Di Domenico
Il teatro di Marco Paolini è da sempre un cantiere della memoria, un incrocio tra ricordi individuali ed eventi storici che ha nutrito le sue narrazioni sul Vajont e su Ustica.
Raccontare storie per tenere in piedi una memoria condivisa. Per questo il 70enne attore bellunese è stato invitato dal «Memoria Festival» che torna da oggi a domenica a Mirandola, la città dell'umanista Giovanni Pico. Con ospiti come Caterina Caselli, Serena Dandini, Luciana Littizzetto, Enrico Brizzi e Walter Siti.
Domani alle 11, nella Tenda della Memoria di Piazza della Costituente, Paolini dialogherà con Gian Piero Brunetta su «Racconti di storie e di ricordi».
Paolini, ritiene ancora che la memoria sia un punto nodale?
«La mia attenzione dalla questione della memoria si è un po' allontanata per un fatto anagrafico. Non mi fido della memoria dei vecchi. La trasmissione della memoria riguarda i giovani, perché il rischio dei vecchi è di trasmettere un sentimento di perdita che non aiuta. Premesso questo, mi sono occupato in passato di teatro di memoria per raccontare delle tragedie e trovo che l'oralità non sia sostituibile da tecnologie digitali».
Che relazione intercorre tra la memoria e il presente?
«Per me oggi si traduce nella capacità di immaginare nel senso evocato per esempio da Andrea Zanzotto, in quel sentimento che lui chiama paesaggire, osservare il paesaggio non per trarne solo consolazione ma orientamento».
Nei suoi ultimi spettacoli lei guarda soprattutto avanti, al futuro.
«È quello che mi interessa, non piegarsi a un realismo avvilente e non entrare nella categoria dei Greci, che immaginavano sempre il presente come piombo e l'argento e l'oro come epoche del passato. La tentazione è forte ma va evitata. Viviamo perennemente la sensazione di vivere sul fondo del barile e il barile si rivela più profondo di quello che immaginavamo».
Nel nostro tempo abbiamo affidato la memoria a tanti strumenti. Una delega eccessiva? «Se si intende l'utilizzo dell'IA è evidente, ma questo è solo l'inizio che l'intelligenza artificiale può offrirci. Come la globalizzazione ha fatto terra bruciata di strutture economiche e posti di lavoro, tanto che ci tocca rimpiangere i padroni che almeno conoscevamo personalmente rispetto a quelli che abitano chissà dove, oggi non ci sono mestieri che si potrebbero salvare. Parliamo di elementi che hanno un fascino finché ci resta l'idea che noi possiamo fare meglio. Se questo dubbio non ci assale più, vuol dire che non abbiamo più bisogno di memoria e quindi di conoscenza».
C'è un'alternativa?
«Potremmo affezionarci un po' alla nostra imperfezione naturale. Mettendo gli errori tra le opzioni possibili, perché siamo umani. Nella storia del Vajont ho distinto tra debolezze ed errori, è una storia che può raccontare la colpevolezza di alcuni, ma ciò che è essenziale per tutti noi è imparare da quell'errore. Fare giustizia è una cosa mentre elaborare l'errore è strategico. Rispetto a trent'anni fa, quando la mia sete di giustizia era più forte, oggi quella storia diventa una lezione per non ripetere l'errore».
Perché facciamo così fatica a sintonizzarci con il mondo che ci sta attorno?
«A scuola ho studiato materie di ambito scientifico, biologia e fisica per esempio, e umanistico, in cui rientra la storia. Ma le pare possibile, con un'impostazione così, mettere insieme la nostra storia e la scienza? Lo scorrere del tempo della fisica non è altro dallo scorrere del tempo che noi misuriamo in generazioni, legislature, guerre. L'evoluzione e le estinzioni non riguardano solo lunghi periodi. Oggi dovremmo prendere in considerazione l'idea che nell'arco della nostra vita il tempo non scorra solo per quanto c'è nella nostra agenda ma anche per quello che ci sta intorno, aria, acqua, terra. Non esiste una terra ferma, è un falso ideologico».
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