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«Pandemia? Chissà se gli “Antenati” ci possono dare una mano a capire»

Il noto affabulatore veneto torna al teatro Petrella con il suo nuovo monologo.

Marco Paolini da Belluno (1956) da trent’anni racconta storie che riguardano la popolazione, che passano attraverso accadimenti anche drammatici; dall’esplosivo “Racconto del “Vajont”, agli “Album”, a“I-tigi canto per Ustica”, fino a “Parlamento chimico”, l’attore-autore si è fatto conoscere per un preciso teatro civile.
Stasera alle 21 fa ritorno al Petrella di Longiano con “Antenati” partito anche da una collaborazione con il filosofo della scienza Telmo Pievani, del Dipartimento di Biologia a Padova, con cui ha condiviso pensieri legati all’eredità della specie. Fa parte di una terna di lavori sul tema che comprendono “Sani !” il 17 dicembre al teatro di Cervia, e il televisivo “La fabbrica del mondo”, dall’8 gennaio su Rai 3. Paolini definisce il nuovissimo “Antenati ”, praticamente un debutto, “work in progress” figlio di fragilità imponderabili come la pandemia, da cui si è sentito trasformato. Il racconto ingloba l’intero genere umano, chiama testimoni del passato per comprendere le ragioni del presente e per azzardare un divenire migliore del pianeta la cui sopravvivenza appare in questo tempo assai critica. Nel suo raccontare coinvolge la testimonianza necessaria degli “antenati”, da solo in scena.

Paolini, cosa è cambiato in lei per tornare a una forma teatrale nuda e cruda?
«Prima del lockdown aveva cominciato a prendere forma lo spettacolo “Filo Filò” ma la pandemia lo ha reso inattuale, così come ha reso inattuale tutto secondo me. Da quel momento ho deciso che non ero più lo stesso e che occorreva declinare anche il teatro, a partire da quello che era successo, in una dimensione che considerasse la fragilità in cui ci muoviamo. Perciò, se prima non parlavo di ecologia perché in fondo mi pareva un argomento da boy scout, mi sono reso conto che oggi un teatro civile si fa così».

Come si è trasformato il suo pensiero di autore?
«Ho cercato di porre in scena alcune delle domande che ci sta chiedendo la scienza, anche relative alle sfide dell’antropocene (epoca geologica nella quale l'essere umano è riuscito con modificazioni a incidere sui processi geologici); però è sorta in me la suggestione di parlarne con la specie, con chi le ha passate prima di noi queste sfide e ci ha portato fin qua. Diventa una bella scusa per raccontare delle preistorie, anziché storie, ma nella sospensione della realtà, nell’invenzione del racconto che si può fare a teatro, pure cercando un filo che mi e ci agganci alle nostre sfide del presente. È come se discutessi con gli antenati dell’agenda 2030 dell’Onu».

Già con “Parlamento chimico” sulla vicenda di Porto Marghera aveva affrontato ambiente e inquinamento.
«Sì, però la prospettiva è diversa. Nel raccontare storie dove ci sono vittime e richiesta di giustizia, si affronta una tragedia “classica” dove esiste un potere, un delitto; l’inquinamento diventa colpevole perché qualcuno nasconde dati e le vittime sono inconsapevoli. In qualche maniera inchiodi la responsabilità di qualcuno; ma in questo momento una storia così mi sembra assolva troppo tutti gli altri. Con “Antenati” voglio raccontare la responsabilità della mia generazione di avere messo Co2 nell’intera somma delle generazioni della storia umana; chi va in tribunale? L’unica corte che ho ammesso in questo racconto è quella di tutti i miei antenati davanti ai quali sono l’imputato di una vicenda semiseria. Dove, con le mani dietro la schiena come un bambino, provo a capire cosa mi dicono i miei predecessori per uscire dal maledetto guaio di rischio di continuità della specie».

Chi sono questi antenati?
«Sono una stirpe di signori nessuno, nessun filosofo di Mileto, né di Galileo, però insieme sono un impressionante esempio di specie antifragile, di gente che se l’è cavata in situazioni rispetto alle quali la nostra non è così terrificante dal loro punto di vista, è un’eventualità possibile. Non racconto le loro storie, ma la preistoria, la nostra storia comune, e in qualche modo in questo salto me li porto qua. È un gioco leggero».

di Claudia Rocchi

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