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Paolini: «Io, studente "abusivo" in via Anelli»

Tutto esaurito martedì sera, con moltissimi spettatori lasciati fuori, nella sala Technicolor del MultiAstra per l'anteprima del documentario di Marco Segato Via Anelli, la chiusura del ghetto (oggi le ultime repliche, alle 18 ad ingresso gratuito e alle 21). Sessantotto minuti per raccontare due anni e mezzo di lavoro incentrato sugli sgomberi delle invivibili palazzine del complesso Serenissima, filmando riunioni organizzative in Comune, interviste con gli inquilini, incontri con gli operatori delle cooperative sociali e delle forze dell'ordine.
Tanti gli applausi, scontenti solo gli esclusi, come Claudia Vatteroni del Comitato per il superamento del ghetto «manca il prima, le nostre lotte dal '98, e il dopo, le ordinanze restrittive, la recente chiusura del centro di accoglienza» e Paolo Manfrin del comitato Stanga 6 «mancava solo la scritta Votate l'assessore Ruffini!». Soddisfatti assai invece i produttori della Jolefilm Francesco Bonsembiante e Marco Paolini, presenti in sala. «Padova si è abituata agli stranieri? ha esordito Paolini nel presentare il documentario È dal 1222 che con la seconda università più antica d'Europa ospita studenti foresti. Anch'io ho studiato qui e mi sono sempre sentito a dir poco separato dai padovani. Nella casa dello studente in via De Cristoforis, a due passi da via Anelli, ho vissuto per sei anni frequentando il primo anno di Agraria. Prima come abusivo abusivo, poi come abusivo regolare, e ancora come abusivo in subaffittto fino a diventare finalmente assegnatario. Gli appartamenti avevano sei letti ma ci si dormiva in dieci. Ogni lunedì arrivavano con un ragazzo di Vicenza le vettovaglie: saladi incancrenidi, tanto gli studenti mangiano di tutto. E io sono riuscito a cucinare ali di pollo per venti persone. In via Anelli invece ha continuato a raccontare Paolini vivevano le studentesse, i loro morosi e le puttane. Un mondo che non esiste più e che nel film non c'è. Come non troverete gli spacciatori del documentario di Burchielli di La7. Il punto di vista di Segato è un altro, in positivo, uscito ora allo scoperto perché l'argomento non è più di moda, soprattutto nei media. È difficile ragionare quando l'urgenza rende tutto insopportabile».
«Questo lavoro non ha volutamente seguito una sceneggiatura ha aggiunto a fine proiezione il regista non vuole essere un'inchiesta come il mio precedente Workers sulle lotte sindacali degli immigrati: ho piuttosto voluto provare a rovesciare lo stereotipo che da anni riguarda via Anelli, raccontando la vita di gente normale. Una storia corale, che evita di puntare tutta l'attenzione su un unico personaggio. Il finale, con Ethel felice nel suo negozio da barbiere, vuol dare una nota controcorrente di speranza».
«Nel fare la ricognizione di tutti gli abitanti del Serenissima ci siamo accorti che sei persone su dieci erano lavoratori e non ruffiani ha raccontato infine Roberto Tuminetti, presidente della cooperativa Il sestante e va segnalato anche che in nessun quartiere della città dove sono stati trasferiti gli immigrati di via Anelli ci sono state le tanto temute rivolte. L'unico fattaccio di cronaca nera montato da un giornale locale, la comparsa di scarafaggi in via Bajardi!».

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