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Paolini sconfina oltre ogni barriera.

Dai limiti fisici a quelli culturali, l’invito e a superarli.

L’incipit è un po’ faticoso, poi il decollo e un bis brillante.

 

Si parte dal finale per analizzare “Senza confini_No border” di Marco Paolini e Mario Brunello. Da quell’applauso durato minuti nel quale, martedì sera al teatro Da Ponte di Bassano, c’erano tante cose: apprezzamento, riconoscenza e anche sollievo per il ritorno del teatro dal vivo. Ritorno in prima nazionale e in due tappe, martedì e ieri, per uno spettacolo dedicato ai 40 anni di Operaestate.

Uno spettacolo che ha incrociato il teatro di Paolini, le note del violoncellista Brunello, la voce di Saba Anglana e ancora la musica di Andrea Marcon con il “Venice Baroque Consort”. Il tutto sullo sfondo di un concetto complesso come quello di confine e nel ricordo ancora fresco della quarantena. Molto, e all’inizio lo si è sentito con un Paolini piuttosto contratto e una certa difficoltà nell’amalgamare linguaggi diversi.

Si è dovuta superare la metà della serata perché “Senza confini” spiccasse il volo, perché Paolini facesse il Paolini. Non a caso, il momento più alto è stato il secondo bis, quando sciolte le tensioni, musicisti e attore hanno trasmesso quella leggerezza figlia della passione che il pubblico sente subito.

Allora si parte, musicalmente, dalla Follia «un genere – parole di Brunello – che è stato un blues prima del blues, attraversando l’Europa per secoli. Colonna sonora di pestilenze e pandemie da Bach e Corelli fino al ‘900».

«L’Europa – gli fa eco Paolini – che tutti noi sogniamo per non diventare servi delle paure, in tempi di distanze e dispositivi di protezione».

Eccolo lì, il Covid-19. Il virus che più di ogni altro settore ha messo in ginocchio la cultura. Inevitabile parlarne, ma la sensazione dopo le battute di Paolini è che ora sia tempo di passare oltre. Non di dimenticarlo, di superarlo sforzandosi di rielaborarne l’impatto.

Così il passaggio successivo sul racconto “Il Filo”, ispirato alla tempesta Vaia, è un passo in avanti che tra note barocche e voce di Saba Anglana lascia un buon ricordo, in particolare nell’invito di Paolini «a far uscire la parte femminile di ciascuno di noi per generare, rammendare e restaurare».

Intenso, l’attore che al festiva bassanese è un’icona, ma non ancora perfettamente se stesso. Lo diventa sul secondo racconto, “Oltre Cortina”, un ritorno agli anni ’80, quando Berlino era divisa dal muro e Operaestate muoveva i primi passi. Così «mica sapevo che cosa fosse la Cortina di ferro. Per me era un posto dalle parti di Dobbiaco». E si sorride. Ancor di più, per il racconto di una tournée picaresca da Venezia a Breslavia, viaggiando su un Ford Transit sgangherato. Basta un “sic Transit gloria mundi” perché la sala sia tutta una risata, mentre il racconto prosegue tra frontiere di torrette e filo spinato, doganieri cecoslovacchi che ordinano “aprite” e il tentativo maldestro, nella Boemia di allora, di spiegarsi in inglese. «It is – fin qui tutto bene – impossibol tu opening the furgon bicous is… kaputt! » e si finisce evocando una scena degna del film “Il Concerto” con l’arrivo “di un torpedone carico di musicisti”. E di un’orchestra che comincia suonare. E Alexej, ballerino russo, che improvvisa danzando sotto i fari delle torrette. E le guardie che ballano e cantano anche loro «mentre nel muro, a Berlino, si apriva la prima crepa». Finisce così, come in un sogno.

Tra gli applausi.

 

di Lorenzo Parolin

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