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Intervista “Più ne sai e meno agisci. Credo nei giovani perché non temono di sbagliare”

IL PERSONAGGIO

È il teatro civile il campo dello straordinario affabulatore Marco Paolini, veneto di Belluno, fra i massimi esponenti in Italia del teatro di narrazione, categoria di cui fanno parte Laura Curino e Marco Baliani e i più giovani Ascanio Celestini e Davide Enia. La sua fama è legata al «Racconto del Vajont», che risale agli Anni 90, realizzato con la cooperativa Moby Dick: un lavoro che gli è valso riconoscimenti come i premi Ubu e Idi e anche l'Oscar della Televisione dopo la messa in onda su Rai Due in occasione dell'anniversario della tragedia. L'attenzione al recupero della cultura locale, in particolare del suo Veneto, è presente nel ciclo dei «Bestiari», racconti scenici polifonici. Nei monologhi, dove l'uso del dialetto è frequente, non usa trucco, costumi, scenografie: maniacale lo studio del testi e l'attenzione alla ricerca delle fonti. Fra i gruppi con cui ha lavorato in carriera figura-no Teatro degli Stracci, Studio 900, Tag Teatro; con Laboratorio Teatro Settimo ha allestito spettacoli con riletture di autori classici e ha realizzato «Adriatico», il primo dei suoi «Album». Di recente, diretto da Gabriele Vacis, ha recitato nello spettacolo «Nel tempo de-gli dei», di cui è autore con Francesco Niccolini.

INTERVISTA
«Fare filò», in Veneto significa una veglia contadina nelle stalle, ma anche un interminabile discorso che serve a far passare il tempo. Marco Paolini, attore, autore e regi-sta noto al grande pubblico per 11 racconto del Vajont, invita gli spettatori a far filò insieme in «Filo Filò»: «Un passatempo, non uno spettacolo che propone una forma magra di teatro, un filo di lana che lega i discorsi per farli diventare storie che passino di bocca in bocca, anche per non perdere il filo del presente e per provare a costruire un futuro condivisibile come chiedono con forza le nuove generazioni agli adulti». «Filo Filò» farà tappa domani nella Tenuta La Centuriona di Gavi (Al) e sabato nel Parco del Castello di Calamandrana Alta, nel l'ambito di Attraverso Festival.

«Com'è nato Filo Filò?
«L'anno scorso nelle Langhe ho portato Tecno Filò, questo è la sua evoluzione, non è ancora la forma finita, è un passo verso una forma diversa del racconto, anche se si possono ritrovare alcune delle cose che dicevo in Tecno Filò. Dopo Le avventure di Numero Primo e Antropocene, fatto al Regio con Mario Brunello e Frankie Hi-Energy, è il terzo elemento di una trilogia sul rapporto con il presente e sulle domande, le speranze e le preoccupazioni del futuro».

Nella presentazione di Filo Filò, lei nomina Friday for Future. Pensa che il movimento abbia davvero possibilità di cambiare qualcosa?
«Non è importante che io abbia un'opinione in merito. Chi ha molte informazioni, come noi, tendenzialmente è propenso a scoraggiarsi, la quantità di consapevolezza della dimensione del problema produce immobilismo. Loro, i giovani, da questo punto di vista hanno sicura-mente più possibilità di chi non prova a fare niente».

Lei parla di una lettera indirizzata ai ragazzi d elle superiori all'indomani della nascita del movimento di Greta Thunberg.
«L'ho mandata a un numero limitato di classi, ricevendo centinaia di risposte che con-tenevano domande e preoccupazioni. Ne ho tenuto conto per cercare di dare un senso a questo spettacolo, che è dedicato e destinato a loro,o che li faccia pensare e riflettere».

Che rapporto hanno i giovani con il teatro?
«Il teatro è una rete fisica, anche se non riesce a immaginarsi come tale. Chi ci arriva, si rende conto che qualcosa succede tra le persone, quell'onda di emozione è qualcosa difficile da vivere in altre situazioni, potenzialmente lascia il segno. Immaginare che tutto quello che faccio possa lascia-re segno in alcune persone, come un buon insegnante, giustifica il mio lavoro».

Per lei cos'è la tecnologia?
«Rispondo nello spettacolo. Ma è una delle forze pervasive che mi costringono a cambiare senza che io possa decidere di farlo o meno. Io sono diverso da pochi anni fa e molte delle differenze sono legate al fatto che grazie alla tecnologia ho possibilità e limiti in più».

Cosa pensa dell'uso di smartphone e tablet con i bimbi in tenera età?
«Mi pongo il problema, non vorrei esprimere un'opinione. Molto del sistema educativo mondiale si sta interrogando su questo, non tanto sull'uso di dispositivi quanto su come impostare l'educazione, tenendo conto del fatto che le persone usano queste cose. Non possiamo pensare che l'educazione di domani sia semplicemente l'aggiornamento dell'educazione di oggi.

 

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