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"Povera Italia, un Paese malato di vecchiaia"

ROMA Questa è una miseria particolare, che non riguarda solo il portafoglio». Marco Paolini torna in tivù, ancora su La7. Lunedì 9 novembre, alle 21.30, in diretta dal porto di Taranto, interpreterà Miserabili. Io e Margaret Thatcher, un racconto in forma di ballata sulla metamorfosi della società italiana (e non solo) dagli Anni Ottanta a oggi. Nessuna interruzione pubblicitaria e un palinsesto dedicato: alle 14 il film Grazie, signora Thatcher di Mark Herman; alle 16 Atlantide sul ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino; alle 20.30 una puntata speciale di Otto e mezzo, con Lilli Gruber. «Miserabili lo portavo in scena tre anni fa, parlavo del sistema economico e nessuno capiva perché. Quando è arrivata la crisi, ho rischiato l’effetto opposto: diventare troppo di moda. Fosse andato in tivù un anno fa, sarebbe sembrato un instant book. Così no. È una maniera particolare, non retorica, di raccontare gli ultimi due decenni. Celebrando il ventennale dalla caduta del Muro di Berlino».

Perché la Thatcher?
«Il suo primo slogan recitava così: "Non esiste più la società, ci sono solo degli uomini e una famiglia". Purtroppo attualissimo».

In che senso?
«La società non esiste più. Niente collettività, solo un personalismo rabbioso. Per anni ci siamo illusi che il nostro mercato godesse di una sorta di immunità. Invece stavamo sopra una bolla, che ora è esplosa. Nessun compiacimento per la profezia autoavveratasi, per carità, non sono una Cassandra. Ma questa è una crisi molto più che economica».

Victor Hugo c’entra qualcosa?
«I miserabili di cui parlava, quelli dell’Ottocento, siamo noi. Le analogie sono spaventose: padri che portavano a prostituire le figlie, ognuno che pensa per sé. La paura per il diverso, il razzismo, l’intolleranza. Una giungla dove l’unico obiettivo è fottere il prossimo».

Questo è uno scenario apocalittico.
«Essere pessimisti individualmente è inevitabile, ma il pessimismo collettivo è pericolosissimo: diventa cinismo. Non serve a dare ossigeno alle nuove generazioni».

In un contesto simile, il ruolo dell’artista qual è?
«Non parlare di se stessi, non chiamarsi fuori. Ma nemmeno l’errore opposto, ovvero mostrare la via. Di ciarlatani siamo pieni, politici e guaritori. L’artista deve fare manutenzione, è come un meccanico che cerca di rimettere in moto i meccanismi. Magari recupera qualche pezzo vecchio, lo olia un po’ e rifà funzionare macchinari desueti».

Ad esempio?
«La cultura. Che non è una cosa astratta, non è un panda. È l’unica cosa che può farci uscire da questa povertà, da questa miseria umana».

Ci sarà pur stata una scintilla positiva, negli ultimi anni.
«Più di una, ma isolate. Vent’anni fa si sparse la voce che si poteva oltrepassare il confine a Berlino. Non era vero, ma 50 mila persone si misero in moto, lo attraversarono e al ritorno presero a picconate il Muro. La polizia li lasciò fare. Bastano pochi attimi a cambiare situazioni millenarie. Le persone che si liberano della paura, sono inarrestabili. La forza di Obama è stata quella di un gruppo di persone che, semplicemente, ha detto: si può fare».

E in Italia?
«È un Paese malato di vecchiezza, non anagrafica ma mentale. Inchiodato dalla paura, anchilosato. Gli italiani dovrebbero essere più moderati in politica e più rivoluzionari nella vita di tutti i giorni».

Come si concilia questa diagnosi con il piccolo schermo?
«La mia non è una tivù industriale, io non vado in onda tutti i giorni con l’obbligo di sorridere. È quella la tivù pericolosa. La serialità di chi va sempre in onda è peggiore della serialità fordista. Io faccio un’altra cosa: artigianato».

Un anno subiva il fastidio di essere percepito solo come «l’omino del Vajont».
«Per molti sarò sempre e solo quello, ne sono consapevole. Ho fatto pace col mio perfezionismo grazie al Sergente: lì ho capito di avere superato un’altra frontiera. È che sono lento, ci metto tre anni a fare una ciambella, non tutte vengono con il buco. Sarò sincero: I miserabili non mi soddisfa appieno, ma è tempo di metterlo in archivio. Esternandolo e sperando che smuova qualcosa».

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