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Primafila – La sciagura del Vajont raccontata da Paolini

Lo spettacolo dell'affabulatore arriva in tv e sono in tre milioni a vederlo

Fuori dallo schema degli eventi teatrali confezionati e predistribuiti, Marco Paolini si è guadagnato, girando l'Italia in lungo e in largo, un consenso speciale, un'attenzione inconsueta, rappresentando tutto da solo "Il Racconto del Vajont", l'"oratorio civile" scritto da lui stesso insieme a Gabriele Vacis. Quasi a smitizzare il principio che sulle scene di questo paese le novità consistono tutt'al più in una geniale rivisitazione dei classici, Paolini non solo ha avvinto ampie platee, conseguendo il premio Idi per la migliore novità 1996, ma ha superato anche l'insidioso confronto con l'auditel televisivo. Il suo spettacolo, infatti, trasmesso da Raidue in prima serata, a trentaquattro anni dalla tragedia che sconvolse le terre di Longarone e la valle del Piave, stroncando duemila esistenze nel volgere di pochi minuti, è stato seguito da tre milioni e mezzo di spettatori. Per ricordare quella "tragedia annunciata" Paolini, la compagnia Moby Dick di Mira, la Rai e i Comuni colpiti dalla sciagura, hanno deciso di realizzarlo sulla diga del Vajont, sospesi sopra la gigantesca frana che, staccatasi dal monte Toc, fece tracimare un'onda d'acqua che spazzò via sei cittadine ignare nella vallata sottostante. Vista da lassù, sia dal vivo, sia in diretta tv, la testimonianza di questo sensibile e attento attore-fabulatore si trasforma in un grido contro l'incongruenza di uno sviluppo industriale e civile a cui preme la logica dell'azienda e la ragione dei primati: già da questo episodio si poteva comprendere quanto inquietante e insidiosa sia stata l'Italia dei misteri e delle deviazioni.

Quella sera, mentre si apprendeva quanto importante fosse stato il conferimento del premio Nobel a Dario Fo - e Paolini l'ha ricordato - per chi giorno dopo giorno s'affanna ad additare le vie proficue di un teatro senza apparati e prebende.

L'arte di Paolini ha già sedimentato alle sue spalle l'esperienza di un'interminabile narrazione, nella quale è possibile intravedere una miriade di piccoli-grandi personaggi, simili a figure che il flusso del ricordo illumina d'improvviso, prima di riporle di nuovo nell'ombra. Con "Vajont" Paolini sospinge la tecnica del racconto fuori dal tempo quotidiano e oltre lo spazio occasionale, per diventare evocazione allo stato puro. Lo spettacolo, poggiando sopra una struttura in continua metamorfosi, fa tesoro degli incontri con i tanti pubblici, annoda costantemente gli spunti dell'esperienza con gli slanci di un sogno personale, quello di essere ascoltato per il proprio modo di pensare, per la schiettezza del suo impegno. La traccia documentaria segue la trama della tragedia del Vajont com'è stata delineata da Tina Merlin, la giornalista di "L'Unità" che per prima denunciò lo scandalo. Ma Paolini riesce a comporre una miriade di piani di lettura, procede dalla visione sottile e quasi sprovveduta di un osservatore-protagonista che ne è testimone indiretto e che restituisce il clima di una terra densa di animismi, di vibrazioni vitali, colti anzitutto nelle tonalità del paesaggio, nella fisionomia urbana, nella mappa di trasferimento da un luogo all'altro. La voce, le parole, il dialetto dei protagonisti hanno un'importanza prioritaria nel trasmettere agli spettatori il senso dell'avvenimento. Quel narrare in modo quasi dimesso e defilato una vicenda che cresce via via in drammaticità, fino alle lacrime, non fa che rafforzare il tessuto di connessione tra chi parla e chi assiste. Ma "Vajont" è anche uno spettacolo che fa ridere. Il registro della comicità sgorga dalla definizione dei tratti ambientali, filtra in maniera sorniona dalla voce, dalle occhiate e dal sorriso del fabulatore, si libera senza esitazione dal limite della cronaca, s'innalza libera negli spazi naturali che trent'anni fa hanno visto la mostruosità della disgrazia. Ma la risata che si produce presenta uno spessore insolito: proviene dalle fibre e dalle corde dell'anima, è contigua al dolore. Marco Paolini possiede l'abilità di lanciare e recuperare frammenti di parole, cosicché anche a distanza, anche dopo una frattura, dopo una sospensione, il senso delle frasi non si perde mai. Ancor più efficace è la sua capacità di evocare una galleria di figure che trasforma in caratteri semplici, condensati in poche battute, ben visibili con gli occhi della mente. Esse sono lì sulla scena, bastano le parole a dar loro un volto, un corpo, una voce.

La dimensione dell'attualità, poi, che recupera l'essenzialità del tracciato tecnico-processuale, non sminuisce, anzi conferma il nesso tra fatti, paesaggi e uomini. Non si tratta soltanto di un pregio narrativo, quanto di una capacità a ragionare in modo istintivo dinanzi alle verità sopite, quelle che la vita affannosa e stressante tende a far scordare. Inoltre, la roba, gli oggetti, i panorami costituiscono una realtà soggettiva, esistono perché possono essere pensati, osservati, dimenticati, subiti, insomma perché in essi viene trasferita la consapevolezza degli uomini. Paolini è un implacabile solista delle corde dell'emozione: pizzicandole, riesce a far vibrare il bisogno di stare dalla parte dei morti innocenti del Vajont, dalla parte delle troppe vittime dell'incompetenza e del mal governo, infine, mentre la commozione si tramuta in pianto, gli spettatori, insieme, si accorgono di compiere un viaggio verso la zona più nascosta e segreta di se stessi.

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