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Prometheus (Quindicinale di informazione culturale) – A Gibellina Marco Paolini intona un canto per I-TIGI

Nell'inquietante atmosfera che circonda i ruderi di Gibellina, viene intonato un canto che risveglia le memorie su una tragedia che mai verrà completamente sepolta, ma che mai avrà un suo compiuto epilogo. Si sale lentamente verso quello che era il centro del vecchio paese e che, ormai, è soltanto una collina spoglia sulla cui sommità si trova il "Cretto", un enorme monumento di cemento sotto il quale sono state sepolte, a mo' di colmata persiana, i ruderi dell'antico centro abitato.

Arrivati sulla cima è lo stesso Marco Paolini ad accoglierci. Sta lì, quasi un padrone di casa che aspetti i propri ospiti, e passeggia disinvoltamente sul palcoscenico costruito con dei semplici blocchi di tufo. Una volta seduti siamo subito catapultati sul DC 9, che da pochi minuti è decollato da Bologna, e Paolini, aprendo le sue braccia come un albatro, ci fa rivedere quell'aereo realmente sul palcoscenico. È il 27 giugno del 1980.

La voce di Marco Paolini ci prende per mano, con morbidezza, e ci fa visitare quell'anno, ricordandoci come si viveva, com'era l'Italia. Lo spettacolo, o per meglio dire il lungo monologo, procede fra la ricostruzione dettagliata del tragitto del DC 9 dell'Itavia, della sua tragedia e di tutto il percorso processuale, e le esilaranti battute (possiamo però chiamarle uscite fuori programma) sui vizi degli italiani, in uno scambio biunivoco tra Paolini ed il pubblico. Non vi è più distinzione tra l'attore, soggetto distante ed irraggiungibile, ed il pubblico, eterogenea massa di critici, ma si crea un unico essere: l'italiano. Ed è proprio Marco Paolini, novello cantastorie, a distruggere quella distanza che in ogni "buon" teatro si "deve" creare; e lo fa con semplici domande rivolte al pubblico e con un elementare strumento: una familiarissima carta geografica dell'Italia.

Marco Paolini non è un attore convenzionale e non può esserlo in questo spettacolo, egli è soltanto un narratore. Con questo non vogliamo sminuire la sua capacità d'attore, tutt'altro: la sua voce dà un'impronta particolare allo spettacolo, non ha nulla delle altisonanti e maestose voci d'accademia, ma è terribilmente sincera.

La ricostruzione dei fatti è minuziosa, ma per niente pedante. Non viene riversata sul pubblico tutta una massa di dati e di materiali, ma il tutto viene diluito nelle due ore e mezzo di spettacolo che trascorrono senza un attimo di noia, senza che uno sbadiglio distragga la nostra attenzione. Siamo tutti attenti, aspettando chi sa cosa, forse il finale di questo racconto giallo; ma sappiamo bene, e Paolini è attento a ribadirlo continuamente, che non si scoprirà il colpevole, che il maggiordomo non verrà fuori. Solo supposizioni, solo pensieri cattivi, solo "fantasiose" teorie di guerre nei nostri cieli... Paolini non vuole fare polemica, non vuole mettere in ballo la politica, la sua è soltanto cronaca, un po' ironica sì, ma niente di più. Egli riesce, con la semplicità del narratore, a farci commuovere, a farci indignare, a farci stringere i pugni e a farci pensare, per tutto il tempo: "perché?". Non c'è una risposta, ma soltanto una sincera commozione, una legittima indignazione.

Siamo già arrivati quasi alla fine dello spettacolo e l'attore, senza perdere il ritmo narrante che lo ha accompagnato fin dal primo minuto, inizia una galoppata veloce, ma lucida e coerente, sugli avvenimenti internazionali del 1980. Risentiamo i nomi di Carter, di Gheddafi, degli U.S.A da una parte, dell'Unione Sovietica dall'altra e dell'Italia in mezzo. Il testo di Marco Paolini è coerente, non vuole svelare verità nascoste, perché nessuno vuole ascoltare banali polemiche, irritanti ipotesi personali, ma soltanto ciò che in questi 22 anni è stato e non è stato fatto e ciò che ha alimentato il "muro di gomma".

Lo spettacolo finisce all'improvviso, così come era iniziato, e non dà il tempo al pubblico di rendersene conto. L'applauso giunge lento, ma inizia a prendere quota divenendo sempre più forte e non vuole più fermarsi, quasi a volere giungere in quel punto sperduto nel mare a 40 miglia a Nord di Ustica ed a volere tuffarsi per rivedere quella prima immagine catturata dalla T.V.: un'ala capovolta con una sigla un po' strana: I-TIGI. Il canto è finito e così anche questa serata fredda; il cantastorie è venuto a raccontarci un fatto con surreale semplicità, in quella surreale atmosfera che si respira nella vecchia Gibellina; ed è venuto non per placare la nostra sete di conoscenza, ma per alimentarla, lasciandoci una semplice domanda: perché?

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