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«Rialza la testa Europa, foresta di genti e città» perché tutti i muri cadranno, la storia insegna

«I muri alzati di questi tempi, per quanti siano, prima o poi cadranno». Una preghiera, una promessa, un monito, un finale che spiega l’inizio. Marco Paolini torna a Bassano del Grappa, al teatro Jacopo Da Ponte, per la prima nazionale di “Senza Confini_No Border”, omaggio per i quarant’anni di Operaestate. Lontano il grido dei gabbiani, vicine le corde dei violini che fendono l’aria e toccano il pubblico. «Il teatro è musica con libertà di passaggio».

 

COMUNE DESTINO

Paolini replica al virus che ha costretto a mutare le nostre vite, che tiene la platea ben distanziata ma mai lontana. Un atto di ribellione che vede schierati «musicisti e teatranti di clausura» nonché sani portatori di anticorpi. L’esordio di “Senza Confini_No Border” trova subito l’intesa con chi ascolta. È l’avvio di un tributo potente e generoso alla follia, un monologo profondo che scandaglia in apnea le umane angosce, si aggrappa al filo della narrazione e trova fiato nella natura. «Il blues che attraversa l’Europa da secoli, ha fatto da colonna sonora a pesti e pandemie, tutti uscivano sul balcone a cantare il blues del Cinquecento, dal Portogallo alla Scozia». Comune destino dell’umanità che diventa musica attraverso Mario Brunello, Andrea Marcon e il Venice Baroque Consort, e poi la voce di Saba Anglana che pesca le melodie di posti lontani, che profumano di Africa, e portano dentro il moto del viaggio. Eterno peregrinare di genti, cos’altro può muoverle se non la follia di superare i pericoli per afferrare il sogno?

LA VITA SCORRE

All’inizio è il Caos a fare da introduzione sonora «con un accordo dissonante come il periodo che stiamo vivendo», ricorderà Brunello. Poi Geminiani, Vivaldi, Corelli, Bach, un pezzo di Monteverdi, con le parole del maestro Marcon. Si allude a un’Europa che fatica ad essere coesa. «Rialza la testa Europa foresta di genti e città». Paolini riprende parola con un’avvincente esplorazione di significati e luoghi a lui cari: foresto è colui che viene da lontano, foresta è nell’immagine del bosco distrutto dalla tempesta Vaia. Ma no, non tutto è perduto. «La vita scorre anche dopo il disastro». Un viso di donna con il capo coperto e le mani che danzano incarna la forza femminile, il gesto di una tessitrice intenta a ricucire le anime e le comunità fiaccate dalla paura del futuro. «Europa dai, un po’ di coraggio». L’accorato appello di Paolini taglia l’aria prima di lasciare spazio al canto, preludio ai versi immensi della poetessa polacca premio Nobel Wislawa Szymborska. Paolini scandisce e sussurra le immagini di una natura estranea alle barriere e al filo spinato. «Oh, come sono permeabili le frontiere umane! Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente, quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro, quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui con provocanti saltelli!» recita il Salmo. Seguendo il volo di un passero, la formica incurante del doganiere, i rami del ligustro e le stelle che brillano, viene bisbigliata una grande verità: «Solo ciò che è umano può essere davvero straniero. Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento».

28 GIUGNO 1980

Sospinto dal Levante Paolini insegue allora l’autobiografia dei suoi inizi e si ritrova, contemporaneo menestrello, a rivivere la rocambolesca avventura di un viaggio verso il “lassù”, oltre Cortina, superato Dobbiaco, destinazione Polonia. Passando per l’Austria fino alla Terra di Nessuno. Le luci a sciabola, le armi, la polizia che intima l’alt al confine, i ricordi che s’addensano. Ci si ritrova insieme a lui davanti alla cortina di ferro con un torpedone di musicisti intenti a suonare. Accadeva il 28 giugno 1980 alle 3.14 del mattino. Brunello accompagna con discrezione la scena sul valzer del Lago dei Cigni di Cajkovskij, la platea è come sospesa nel turbinio di un ballo immaginario che unisce i forestieri. È il miracolo dell’arte. «Avevamo visto nascere la prima crepa del Muro, nove anni dopo la cortina di ferro sarebbe crollata ». Tutto ha il destino della fine, niente è immune al cambiamento.

Sipario. —

di Valentina Calzavara

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