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Salto.bz – Le avventure di Numero Primo

Grande successo di Marco Paolini col suo monologo (scritto con Gianfranco Bettin) “Le avventure di Numero Primo” al Teatro comunale per la stagione del Teatro Stabile

Dove cercare una capra in un ipotetico (non tanto lontano, però) futuro immaginato da Marco Paolini nel suo spettacolo-monologo Le avventure di Numero Primo (in scena al Teatro Comunale di Bolzano nei giorni scorsi), in cui la campagna intorno al luogo in cui è ambientata la storia, ossia la zona tra Mestre, Venezia e Trieste, è ormai di tipo 3.0? Su Amazon, ovviamente! Sarà spedita a casa nel giro di ventiquattr’ore, per prova, stampata in 3D… Siccome il figlio assegnato al padre, di nome Ettore Achille (chiamato così da suo padre indeco tra due grandi figure mitologiche…), da una donna conosciuta online, e sentita solamente vocalmente al telefono, in seguito a una malattia terminale consegnatogli come “figlio naturale”, nel giro di una sola mezz’ora di permanenza della capra nel suo appartamento di via Piave a Marghera si affeziona talmente alla deliziosa capretta, che Ettore Achille decide di tenerla per il piccolo che si fa chiamare Numero Primo, appunto.

Di fatto, Paolini nel suo fantascientifico racconto descrive la nostra realtà, esagerandola nei suoi paradossi e luoghi comuni, restituendoci un ritratto surreale nel senso di “un po’ al di sopra della realtà” essendo al contempo molto più vicino di quanto immaginiamo al nostro quotidiano reale che incontriamo, vediamo, sentiamo e viviamo giorno per giorno. Basti pensare alle scene narrate ambientate in una scuola – fino a che punto soltanto futuribile? – e frequentata da Numero Primo, vista la sua tenera età di sei anni. E cosa dire della multiculturalità racchiusa sia nella classe dei bambini che del vicinato in via Piave? “La neve ha cambiato colore”, sentiamo dire in una canzoncina all’inizio, ma la neve non esiste nemmeno più in quell’ipotetico futuro… tenendo conto poi di esperimenti eseguiti nei laboratori delle varie bioscienze, biotecnologie, ecc.
L’affabulatore Marco Paolini (chi non ricorda i suoi spettacoli-inchiesta sulle stragi del Vajont - la diga crollata nel Friuli - e di Ustica, l’aereo di linea DC-9 abbattuto nel giugno 1980 nei cieli tra le isole Ponza e Ustica, per l’appunto?) crea mondi, sa condurre il suo pubblico di scena in scena lungo fiumi di parole pronunciate con quel caratteristico leggero accento veneto per far approdare chi lo ascolta nella dimensione teatrale tipicamente brechtiana, ossia, laddove – se uno vuole – mette in azione il proprio cervello per riflettere… mentre ride. Il pubblico di Bolzano ha accolto e congedato con un lungo applauso l’attore-autore-regista, il quale – seguendo una nota del tutto insolita – ha chiesto lui “un bis”. Per dire cosa? Da un lato annunciare che il testo (scritto assieme a Gianfranco Bettin) è pubblicato in un volume dal titolo omonimo da Einaudi (e a chi si è perso lo spettacolo consiglio vivamente di acquistarlo), ma soprattutto per andare oltre la sua invenzione narrativa e cercare di scuotere ogni persona presente in sala dal proprio torpore nei confronti di un tema più che attuale quale l’uso e l’abuso delle nuove tecnologie. Che cos’è natura e che cosa tecnologia? Al quesito Paolini risponde dicendo che per lui tutto ciò che si trova quando si nasce è natura e il resto è tecnologia: per chi nasce oggi è naturale strisciare uno schermo ai fini di far apparire qualcosa… Ma – e qui Paolini uomo chiede ad altri esseri umani di compiere una personale riflessione profonda – quando ci si trova davanti alla sbarra del Telepass, ci si pone con fiducia o con speranza? Qual è la differenza? Di cosa ci nutriamo? Di speranze, che in fondo sono illusioni e quindi si accordano con le tecnologie, o di fiducia, che si crea esperienza dopo esperienza nel mondo pratico, materiale? Inoltre, l’attore, classe 1956, sbatte in faccia all’audience che termini quali millennials o generazione digitalenon sono altro che parole per definire in modo contemporaneo le differenze generazionali che esistono da sempre e vista l’età sa bene di cosa parla… Le avventure di Numero Primo dovrebbe circolare nelle scuole per accendere riflessioni e discussioni sul mondo che vogliamo e/o non vogliamo.

Paolini non fa altro che attingere a piene mani dalla realtà che ci circonda. Con i soli ausili di alcune immagini proiettate sullo sfondo e che in alternanza rappresentano il mare, la campagna verdeggiante o paesaggi temibilmente fosforescenti, nonché qualche disegno che con semplici linee bianche su sfondo nero richiamano le forme di dispositivi tecnologici o di un corpo, seduto, rannicchiato e disteso, egli apre vasti territori del noto e dell’ignoto. Sulla scena ci sono due cumuli, uno ha la forma di scoglio/roccia e l’altro della base di una colonna di un edificio che fu… Il pubblico entra con il sipario alzato, a scena aperta, vuota, al buio, dove a meglio guardare cade inesorabilmente una goccia dall’alto per andare a finire su quella maceria (una metafora della nostra civiltà storica?), e sarà quella stessa goccia a segnalare alla fine, in piena luce, l’atmosfera di inquietante bellezza dell’incerto futuro di un’umanità sempre più alla ricerca di un di più, di un andare oltre, dell’accelerazione, del tempo che non c’è. Viene in mente che in un racconto del Novecento si parlava di un’ “isola che non c’è”…

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