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Spettacolarmente – "Ballata di uomini e cani", intervista a Marco Paolini

Il Piccolo Teatro Strehler di Milano propone fino a domenica 22 febbraio lo spettacolo Ballata di uomini e cani, scritto, diretto e interpretato da Marco Paolini. Le musiche originali sono composte ed eseguite da Lorenzo Monguzzi. "Ballata di uomini e cani è un tributo a Jack London. A lui devo una parte del mio immaginario di ragazzo, ma Jack non è uno scrittore per ragazzi. E' un testimone, si schiera, si compromette, quello che fa entra in contraddittorio con quello che pensa". Così Marco Paolini spiega la scelta di mettere in scena uno spettacolo solo all'apparenza lontano dal teatro civile cui ci ha abituato. In realtà si tratta sempre di un viaggio nella natura umana che parla di avventura e libertà, di paesaggi selvaggi, di vita e morte. Un viaggio che si può definire musicale: le ballate composte per lo spettacolo non accompagnano il racconto, lo completano, diventando parte integrante della narrazione.

Spettacolarmente ha incontrato Marco Paolini e gli ha fatto qualche domanda sulla pièce.

"Che ruolo ha la musica nel suo spettacolo?"

"Non è un tappeto, non è un accompagnamento, perché altrimenti si potrebbe farne a meno, quindi non è un commento di atmosfera. Ho immaginato che la musica fosse una voce e che quindi gli strumenti fossero nel dialogo che rispondono all'interlocutore. Nei miei racconti di uomini e cani e nella ballata di Jack London, gli strumenti a volte sono gli animali, a volte sono gli uomini, a volte sono tutte e due le cose. Sono un'azione fisica che io guardo e con la quale riesco a evocare quello che sto provando a raccontare".

"E' giusta la definizione di viaggio nella natura umana per il suo spettacolo?"

"Forse London non è esattamente un indagatore della psiche, anche se in quegli anni si stava facendo largo il pensiero di Freud. Ma credo che sia in qualche modo un ragionare sui limiti dell'umano a confronto con un ambiente naturale estremo in cui certe certezze vacillano e uno si ritrova a fare i conti con i propri limiti".

"Che cos'hanno di tanto speciale i cani descritti da Jack London?"

"Si assomigliano. O almeno lui li fa interagire come Shakespeare fa interagire i personaggi fra loro. Quindi questo dà molto fastidio ai suoi contemporanei imbevuti di una visione scientifica quasi religiosa in cui la superiorità dell'uomo non può essere messa in discussione. London relativizza il tutto, perché nelle sue storie, con grande ironia e un po' di cattiveria, i cani o i lupi o gli animali selvatici in generale, si muovono quasi pensando. Oggi noi abbiamo compreso questo tipo di intelligenza dell'animale, comprendiamo che ci sono vari tipi di intelligenza su cui parametrare le cose e non solo le nostre, ma all'epoca era qualcosa di quasi fastidioso e irriverente nei confronti di quello che la scienza stava costruendo; era una scienza fondata sul pensiero del quoziente d'intelligenza, sui parametri matematici per giudicare chi è più e chi è meno, in cui anche li inferiori tra gli umani venivano classificati più vicini agli animali".

"Perché è così importante riscoprire Jack London, secondo lei?"

"Non so rispondere a questa domanda. Diciamo che è uno scrittore che va un po' al di là della funzione e del ruolo di scrittore per ragazzi in cui finora per molto tempo è stato relegato. Credo che sia in grado di offrire una piacevole lettura sia a chi cerca il romanzo d'avventura, sia a chi vuole delle sorprese, perché il London giornalista e inventore di racconti brevi si occupa di cose diversissime fra loro e io le trovo quasi sempre irriverenti e sorprendenti anche oggi".

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