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Filo Filò

Teatro e scienza si attraggono come due particelle elettriche di carica opposta. L’attrazione reciproca sembra (o forse è) dimostrata dall’apparire sulla scena dei due tipi di figure e di spettacoli: quelli agiti da scienziati-non attori, e quelli agiti da attori-non scienziati. A volte poi in scena ci vanno insieme e fanno un ibrido.

Ogni esperimento presenta dei limiti, ogni tentativo mira a superarli.

Da questo punto di vista il teatro è oggi un laboratorio necessario e formidabile. Gli spettatori di ogni serata sono una componente importantissima, lo spettacolo deve tenerli vivi e vegeti (e possibilmente svegli) fino alla fine.

La necessità condivisa di raccontare le scoperte e le applicazioni, di ragionare o far ragionare sulle implicazioni, sui progressi, sui problemi non basta; il teatro non vive di buone intenzioni, ma di linguaggi efficaci, di emozioni, di storie.

La sfida è usare il teatro per rendere visibili le domande giuste, quelle che dovremmo porci davanti alle possibilità aperte da scienza e tecnologia. Per farlo serve un po’ di immaginazione, coraggio di sbagliare e disponibilità ad imparare dagli errori.

 

Filo Filò si inserisce in un ciclo di spettacoli che hanno per focus la tecnologia e la sua pervasività nelle nostre vite.

Dopo Le avventure di Numero Primo (una storia fantastica, fondata su ipotesi plausibili, che narrava l’impatto con l’ignoto), # Antropocene (un oratorio per voci, violoncello solista e orchestra) e Tecno Filò (storie e ragionamenti che tentavano di definire questo nostro tempo crisalide riflettendo sull’esito delle mutazioni culturali e tecnologiche in corso), è la volta di un esperimento che, almeno per ora, è possibile fare solo a teatro. Filo Filò è la storia di Filo, il protagonista, che vorrebbe condividere con i propri avi il peso delle scelte future, sospeso tra la dipendenza dalla rete con cui sembra ormai corpo unico e di cui subisce il fascino come il canto di una sirena, e la sua umanità fragile e terrena.

 

Lo spettacolo ha una durata di circa due ore ed è diviso in due tempi: un primo e un “terzo tempo”, senza che ve sia un secondo. Il primo tempo racconta il filo che ci lega al passato e che probabilmente continuerà dopo di noi, si sviluppa come una storia che ne contiene altre, le evoca ma le lascia in sospeso per il terzo tempo, dopo l’intervallo, durante il quale non si fa più teatro, si fa filò.

Filò. Una forma più magra di racconto dialogante. Un filo di storie tenuto insieme con mestiere (quel che basta) e necessità (quella non manca). Era Filò nel Veneto “una veglia contadina nelle stalle durante l’inverno ma anche interminabile discorso che serve a far passare del tempo… e niente altro”, così diceva Andrea Zanzotto.

Il Filò, il “terzo tempo”, ha una durata variabile, dipende dal dialogo, dalla passione e, perché no, anche dalla stanchezza.

Solo in scena Marco Paolini è accompagnato dal contrappunto di una colonna sonora originale, composta e realizzata per lo spettacolo da Maria Roveran.

 

Se nelle università si ragiona sulla possibilità e opportunità di far rivivere il mammut o altre specie estinte, allora a teatro con un esperimento mentale, si possono far rivivere i nostri antenati, fino ai progenitori della specie.

Così, per ragioni che qui non si spiegano per non rovinare la sorpresa, il protagonista (Filo) organizza una formidabile reunion di famiglia con i propri antenati, rintracciati grazie alla mappa del suo genoma.

Grazie alle applicazioni derivate dal progetto genoma umano, la paleontologia sta riscrivendo quanto pensavamo di sapere sulle nostre origini, così, forzando un po’ la mano, si può immaginare di ricostruire l’albero genealogico, o, per meglio dire, il cespuglio.

Cosa accade quando (quasi) tutti gli antenati si ritrovano insieme nel nostro tempo? Come ci si parla, come ci si capisce? Quali risposte ci aspettiamo da questo strano incontro?

Agli antenati Filo racconta il suo personale rapporto con la tecnologia, con la rete, con i totem, le sue speranze e le sue preoccupazioni per il futuro. E a loro chiede aiuto per decidere se favorire l’evoluzione accettando un corpo nuovo di zecca vinto on line.

Il racconto è surreale, leggero, divertente, immaginario, ma gli argomenti e i riferimenti sono tutti nell’agenda delle realtà tecnologiche adiacenti, cioè appena fuori portata di mano, ma possibili. Possibilità a cui guardano mercati e investimenti.

La necessità di farsi capire impone di usare parole semplici per descrivere questioni epocali che diventano personali. Ecco la ragione per fare a teatro questo esperimento.

La globalizzazione, Internet, l’intelligenza artificiale, la bíoingegneria producono accelerazione e discontinuità che danno eccitazione e disorientamento, stupore e nuove abitudini. Le nuove applicazioni hanno bisogno di acceleratori, di incubatori di idee. Allora il filò a teatro serve a rallentare il flusso, a unire i puntini del disegno attraverso la forza dell’oralità. L’oralità che fa da bussola, che smaschera i termini difficili (smontandone la forma e i tecnicismi) per renderli narrabili, capaci di muovere pensieri ed emozioni.

Nota: da alcuni anni uso la parola Filò insieme ad altre per indicare delle serate dove dialogo con gli spettatori e racconto storie. Benché il percorso sia segnato da temi ricorrenti ed alcuni trasporti di ragionamenti da una serata all’altra, da un titolo all’altro, Filo Filò è uno spettacolo completamente diverso e nuovo rispetto al precedente Tecno Filò di due anni fa. Fare il Filò, significa per me affrontare una performance diversa dello spettacolo, mettermi in ascolto, creare con le storie un flusso diverso sera per sera che dà senso al mio fare teatro.

Marco Paolini
gennaio 2020

 

FILO FILO'
uno spettacolo di e con Marco Paolini

regia di Marco Paolini con Silvia Busato
colonna sonora diretta, scritta e interpretata da Maria Roveran

collaborazione al testo
Silvia Busato, Francesco Niccolini, Michela Signori
produzione artistica musicale e sound design
Giovanni Joe Schievano e Matteo Scapin aka Matthew S per Taiga srl

illustrazioni Roberto Abbiati
animazioni video e scena Voxel Studio
maschera-naso Stefano Perocco
luciaio Michele Mescalchin
fonica Piero Chinello
direzione tecnica Marco Busetto
assistenti di produzione Irene Segalla e Giulia Gelmi
consulenza costumi Marianna Peruzzo

produzione Michela Signori, JOLEFILM

Il nostro grazie a Pino Guzzonato, Milena Jankovic, Mario Paolini, Francesco Pergolesi, Telmo Pievani.