tratto

Marco Paolini

SANI!
Teatro fra parentesi: le mie storie per questo tempo

 

musiche originali composte ed eseguite da
Saba Anglana e Lorenzo Monguzzi

luciaio Michele Mescalchin
fonico Piero Chinello

produzione Michela Signori, JOLEFILM

 

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Gli altri spettacoli

SANI! Teatro fra parentesi

Teatro fra parentesi è nato di corsa, in pochi giorni all’inizio dell’estate del 2020 per andare in scena davanti a pochi spettatori per volta, distanziati. Era una commedia di storie autobiografiche, il racconto di miracoli teatrali dedicati a tutti quelli che fanno parte di quel mestiere.
Circostanze straordinarie imponevano di rinunciare alla complessità, all’intreccio, all’allestimento e concentrare ogni sforzo sull’immediatezza.

“A me sembra importante far star bene le persone in questi tempi difficili, fare in modo che il metro di distanza sociale tra noi si accorci e che i minuti si allunghino…” così Paolini racconta il senso di quel primo lavoro. La chiusura di tutte le sale teatrali a partire dall’autunno del 2020 ha bloccato in partenza quel progetto.

Nel 2021 il lavoro è ripreso, le ragioni per proporlo sono le stesse, ma diverse le condizioni, diversa la consapevolezza di quanto il tempo delle pandemie stia incidendo sulle abitudini, la vita e riti sociali.

Un intreccio completamente nuovo di testi, racconti e canzoni ha sostituito il vecchio.
È ancora un teatro fra parentesi perché il senso di provvisorietà dato dalla pandemia permane, perché non abbiamo certezze sullo svolgimento della prossima stagione, perché non vogliamo rinunciare a immaginare teatri senza limitazioni, ma ora ha un nuovo titolo e una pratica di prove con il pubblico realizzate durante l’estate del 21.

“Potrei definire Sani! come continuazione degli Album dedicati all’infanzia e all’adolescenza su cui ho fatto la mia pratica del narrare”.

Da un pezzo di album raccontato trent’anni fa, dalla memoria parte un viaggio che narra il presente.
Dall’epico-comico incontro-scontro tra Carmelo Bene e Marco Paolini nel 1983 all’incontro-scontro tra Reagan e Gorbačëv al vertice di Reykjavík a Höfði, in Islanda nel 1986; dalla ricostruzione dopo il terremoto del ’76 in Friuli alla ripartenza dopo la pandemia.

Ogni argomento, ogni accadimento sono parti, personaggi, scene, fili di una storia che prende forma di ballata, dove parola e canto hanno pari dignità.

Sani è un’espressione usata per dare il saluto ai piedi delle Alpi, nella valle del Piave. E’ un augurio, una benedizione, un viatico. Viene da Salus, riassume il senso del teatro per questo tempo, un teatro che mette insieme creando ponti.
Il punto esclamativo esprime la fiducia nella risposta al saluto degli spettatori.
Guadagnarsi quella fiducia, trasmetterla sarà la sfida di questo teatro fra parentesi.

 

La maschera e la mascherina

Ci lasci il numero di telefono per favore…
aspetti qui per favore le prendiamo la temperatura…
la maschera accompagnerà il suo posto…
tenga sempre la mascherina per favore…
Siete congiunti?
Se deve andare in bagno per favore lo segnali, sarà accompagnato dalla maschera.
All’uscita evitate assembramenti per favore…

Sono un po’ spaesati ma partecipano come possono, siedono e aspettano, battono le mani,
se ridono quando ridono non si vede sotto la mascherina, un po’ si sente, ma com’è difficile che passi la corrente se tra un polo e l’altro c’è un metro di distanza.

Il teatro va a corrente continua e si sa che a distanza la continua ha cadute di tensione.
Non è un media come gli altri, non può andare a corrente alternata, e poi è analogico, radicalmente analogico. In formato digitale perde sostanza.
Somiglia più ad un corpo che ad una rete, ad un passaggio di orbita di elettroni che così danno vibrazioni.

Gli spettatori a teatro sono le membrane di una cassa di risonanza grande come una casa… Una casa a volte senza muri, senza porte, basta un pavimento…
Un prato, un selciato purché si veda e si senta.

Dopo il lockdown alle riaperture ho visto teatri che hanno schiodato le poltrone lasciando solo i posti distanziati,
altri ci hanno messo sagome di carta a posti alterni,
altri hanno lasciato lo schienale e tolto le sedute per i vuoti.
Ho visto platee davanti un palco all’aperto in Piemonte e Lombardia disegnate da ingegneri della sicurezza che avevano sognato una carriera militare: platee strette e lunghissime dove gli spettatori erano seduti uno dietro all’altro, 44 gatti in fila per 6 col resto di 2… 2 sedie vuote le separavano dall’altra fila.
Colonne erano, e nessuno si è lamentato tra il pubblico con la mascherina, partecipavano come potevano.

Ho visto le stesse sedie in un’altra regione usate in modo più umano (col resto di uno…).
Ho imparato a chiedere prima di salire sul palco “A quale protocollo vi attenete?”

Faccio il tampone 48 ore prima della data, lo faccio in farmacia, in ambulatori in giro per l’Italia… Immagino che ogni persona che lavora nei teatri faccia lo stesso. Immagino anche che si siano vaccinati o che lo faranno.
Accetto volentieri le limitazioni ma vorrei che chi disegna o ridisegna le cose del teatro all’aperto o al chiuso sapesse a cosa servono, quale funzione hanno.

Per convenzione il biglietto venduto a teatro corrisponde ad una sedia o ad una poltrona, secondo me corrisponde invece a un diritto: quello di poter vivere un’esperienza da dentro, non di guardarla da fuori… Se quello fosse solo il prezzo di una poltrona starei a casa di mio.
Se l’applicazione burocratica e pedante nega quel diritto lo spettatore avrebbe diritto ad essere rimborsato e l’artista avrebbe il diritto di rifiutare di dare inizio alla performance.
Le esigenze artistiche non dovrebbero essere considerate un capriccio, hanno dignità pari a quella delle regole sanitarie anticovid, a quella delle regole antincendio, antiterrorismo, antipanico che decidono oggi i limiti di ogni evento culturale.

L’anno scorso ho visto una platea dove metà delle sedie guardavano il palco e metà erano girate all’indietro… Surreale! Potente…

C’è un margine ragionevole di decisioni che permettono di non trasformare uno spettacolo teatrale in un assembramento. Servirebbe un po’ di fiducia in chi a teatro ci va, sopra e sotto il palco.
Nel momento in cui si cerca di arrivare all’immunità di gregge non trattare da gregge artisti e organizzatori, maschere e mascherine (e spettatori n.d.r.).

In questo tempo di teatro fra parentesi non tutto dipende dalle norme, dipende dal buon senso, dal coraggio e dalla fiducia, dipende da noi.

Se poi fosse solo un problema di sedie togliamole o mettiamole intorno nei teatri all’aperto.
Cosa ci vuole a inventare un sistema che permetta di fissarli a semicerchio invece che a file ? Perché questa ossessione per i quadrati? Le coorti?
I greci il teatro lo volevano in curva, e in pendenza, a noi basterebbe che non fossero gabbie da esibizione.

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