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Terre di mezzo – Assolo per 2mila

Dopo la diretta in TV tutti lo cercano. Ma come nasce uno spettacolo verità? E che posto può avere la verità per un attore?

Tre ore di monologo appassionante per il Vajont e i suoi morti

"Io sono nato nel 1956: nel '63 avevo sette anni e di Longarone imparai presto quel che c'era da sapere. Qualche anno dopo ho letto il libro di Tina Merlin "Sulla pelle viva" e mi sono vergognato, vergognato di non conoscere, di non sapere o di avere dimenticato. Tina parla di un piccolo popolo cancellato dall'incubo e dalla tracotanza. Questo popolo è il mio non per ragioni geografiche o di sangue, ma per scelta… questo popolo io lo riconosco. Le parole di Tina Merlin avevano riacceso in me la rabbia antica e non volevo correre il rischio di dimenticare ancora e per non dimenticare dovevo, usando il mio lavoro, raccontare"

"Il racconto è lungo, tra una cosa e l'altra non finisce quasi mai prima di tre ore. È lungo perché non è stato pensato come uno spettacolo teatrale. È lungo perché alla fine ci sono quelli che si fermano per sapere il seguito e si fa presto a tirar tardi. In quei momenti mi sento "esposto", investito del ruolo dell'intellettuale, e non mi sento per niente a mio agio. Nessun artista di mia conoscenza vorrebbe essere oggi investito di tale onore, nessun artista studia da intellettuale"

Turismo da catastrofe l'hanno chiamato. Mille, forse duemila persone che il sabato e la domenica vanno lassù a vedere.

A vedere che cosa?

Il Vajont, la diga.

Gente giovane. La memoria risvegliata da un racconto, e da un attore, che a quella storia ha ridato fiato. Forse così anche i morti tornano un po' a vivere.

"Ma l'hanno vista i giornali quella gente che va su? - s'arrabbia Marco Paolini -. Come fanno a scrivere: 'turismo da catastrofe', se prima non hanno parlato con cento, duecento di quelli che sono saliti fin lì? L'hanno scritto a tavolino, in realtà questa è gente che va su in punta di piedi, con rispetto".

Quell'andare su, ha una data d'inizio precisa: 9 ottobre di quest'anno. Marco Paolini recita in tv "Il racconto del Vajont". È l'anniversario della tragedia.

34 anni prima, alle 10 e 39 della sera, un pezzo di montagna frana nella diga. Si solleva un'onda d'acqua enorme che risale il monte e poi scavalca la diga, corre e spiana un'intera valle, e paesi.

Nel momento in cui muore, Longarone diventa famosa.

Duemila i morti.

Di Longarone abbiamo sentito parlare un po' tutti. Ma forse come di una tragedia della natura. La diga è lì, intatta, costruita con tutti i sacri crismi.

Invece no. Contro i vuoti di memoria, spesso colpevoli, Marco Paolini ricorda, e racconta.

42 anni lui, un lungo monologo levigato dall'uso "Il racconto del Vajont". Quasi perfetto.

Un consiglio: il libro è da leggere ma possibilmente dopo averlo visto recitato.

Ma come nasce un testo teatrale così? E come accade che l'indignazione costruisca solidarietà, invece del solito l'un contro l'altro armarsi? Gliel'abbiamo chiesto.

"L'idea nasce nel settembre 1993 quando leggo il libro di Tina Merlin che ricostruisce la storia della diga. Ho cominciato a parlarne con qualcuno, con mia moglie, i soci della cooperativa teatrale (la Moby Dick), alcuni amici. Ho preso appunti. Ho iniziato a raccontare, a chiedere a qualcuno di trovarsi una sera a casa per ascoltarmi; gente eterogenea, giornalisti, gente che si occupa di territorio, di amministrazione, di discariche. Ho imparato un po' alla volta che cosa attirava e come non fare cadere il racconto. Non c'era suspense: si sapeva dall'inizio come andava a finire. Allora doveva essere qualcosa d'altro a tenere tesa la storia, come un arco, dall'inizio fino alla fine.

Poi ho cominciato a raccontarla in un cerchio più largo. A volte andava bene a volte andava male. E poco alla volta mi sono reso conto che occorreva anche sdrammatizzare, utilizzare l'ironia, la risata. E che, così facendo, non si mancava di rispetto alle vittime.

All'inizio era uno studio; da un certo punto in poi invece hanno cominciato a pagarmi: e lì mi sono reso conto che stavo facendo l'attore, anche se questo lavoro non era nato come uno spettacolo.

Il mestiere dell'attore mi piace un sacco: si vola, si atterra, molto meglio delle droghe…Ma c'era una differenza, non era uno spettacolo come un altro. Era più importante di tutto il resto che stavo facendo. Ho cominciato a recitarlo a Milano, nel '94: ogni 9 del mese in un luogo diverso. All'inizio non c'erano locandine, annunci sulla stampa, ma quasi unicamente una specie di passaparola tra quelli che avevano visto e volevano condividere con altri.

L'avrò fatto almeno 200 volte, lì e in altre città".

La verità

"In tre anni sono diventato un collettore incredibile di informazioni: venivano a vedermi quelli che il Vajont l'avevano vissuto, aggiungevano particolari, raccontavano fatti nuovi. In un'occasione così vengono allo scoperto anche le controparti, i periti degli imputati, i colleghi ingegneri o geologi: è un gioco incrociato di giustificazioni, e così capisci nuovi particolari. Ma poi non solo sul Vajont: venivano a raccontarmi di altre dighe, del dissesto idrogeologico in Italia.

Oggi ho l'impressione che nessuno possa smentire l'impianto del racconto.

Ed è questa la fatica del Vajont: non si tratta solamente di dominare le emozioni: è che puoi farne quello che vuoi di quei fatti lì, della verità. Perché sai che tanto nessuno o quasi potrà metterti in discussione.

Le fonti? Le fonti ci sono. Sul Vajont esiste una buona documentazione, è stata pubblicata l'intera istruttoria. Il libro di Tina Merlin è stato l'inizio, ma era chiaro che si trattava di un testo ideologico; poi mi sono letto il resto".

"C'è una regola in teatro: che l'attore deve recitare, non deve provare le emozioni che fa vivere al pubblico. Ma non era più così: mi dava conforto fare il Vajont, così toccava anche ad altri sopportarne il peso, la vergogna. Ma non potevo farlo tutti i giorni. Io vado in soggezione. Sono un attore, per me recitare è un gioco e su una materia così vasta, così complessa sarebbe fin troppo facile giocare sporco: lo scrupolo di verificare quello che stai dicendo sta tutto a te: è una responsabilità micidiale".

9 ottobre 1997. La tv

"Le persone delegate a raccontarci il nostro tempo sono i conduttori di talk show.

Tv e memoria sembrano antitetici, quando s'incontrano producono revival. Per questo le telecamere possono riprendere solo un lavoro nato fuori, già fatto.

Con Vajont volevo riuscire a mantenere lucido il pubblico, non far leva sulle emozioni.

Sono sempre stato contro la tv delle emozioni facili; e allora ho introdotto quella cosa del pubblico che si alza in piedi: volevo che fosse possibile capire, nel silenzio, quante sono duemila persone".

Io?

"Adesso ho la netta impressione che il gioco sia quello di usarti e farti diventare un personaggio. Ma se sei un attore devi sapere la differenza, o ti ammali.

Sono sovraesposto e cerco di difendermi. Ma non ne posso più. Ho bisogno di lavorare in tranquillità. Voglio parlare di quello che conosco, il mio lavoro è in qualche modo una testimonianza su ciò che so.

'Vivo nelle cose, invento come posso il modo di raccontarle'".

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