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«The Italian Banker»: la crisi finanziaria? Pretesto per un’analisi antropologica (voto 6½)

La storia ispirata al reale fallimento della Banca Popolare di Vicenza è la trasposizione cinematografica della pièce teatrale «Una banca popolare», di Romolo Bugaro.

Dalla realtà al teatro al cinema. È il percorso che ha fatto Alessandro Rossetto insieme all’avvocato scrittore Romolo Bugaro per arrivare a «The Italian Banker», da questa settimana nei cinema. La realtà è quella della crisi di tante piccole banche che aveva investito anche l’Italia dopo il crollo di Wall Street e la grande recessione che ne è seguita. Come quella della Banca Popolare di Vicenza, con il suo crack da 6 miliardi di euro e più di centomila piccoli risparmiatori che avevano perso tutti i loro investimenti.

Un caso da cui ha preso spunto il padovano Bugaro, non nuovo a ragionare sull’importanza degli «schèi» (i soldi in veneto), per scrivere la pièce «Una banca popolare», che Rossetto ha portato in scena per pochissime settimane, prima che il lockdown chiudesse i teatri. E che ha deciso poi di trasformare in un film. Dell’origine teatrale, il film conserva l’unità di luogo e di tempo. Dopo un brevissimo prologo che serve a mettere a punto il personaggio e soprattutto l’infelicità matrimoniale di Deda (Sandra Toffolatti), la scena si concentra tutta in una notte, quella della festa di un’organizzazione benefica realizzata ogni anno e che questa volta assume un valore particolare perché il presidente è anche il patron di una banca messa in liquidazione forzata qualche giorno prima.

Con tutte le conseguenze catastrofiche che si possono immaginare per il suo azionariato. Come appunto alcuni dei presenti, che non perdono occasione per esternare il loro disprezzo per chi li ha trascinati in quella tragedia. Chiusa tra le pareti della villa che li ospita (è Villa Capra, più conosciuta come la vicentina Rotonda, progettata da Andrea Palladio) in una sorta di riedizione delle atmosfere buñueliane dell’«Angelo sterminatore» (nessuno impedirebbe loro di uscire ma tutti i convitati restano lì, come storditi), il film trova ulteriore forza nella scelta di utilizzare un bianco e nero molto contrastato (la fotografia è di Matteo Calore) per sottolineare le ambizioni della regia di cercare un «più di realismo», capace di un valore metaforico rispetto alla verità che il testo vuole raccontare.

Perché se nella prima parte a parlare sono gli azionisti che hanno perso tutto e i loro amici e collaboratori — il marito di Deda, Alessandro (Diego Ribon), l’avvocato Cremonesi (Davide Sportelli) — di cui conosciamo la rabbia ma anche l’ipocrisia e le bugie, nella seconda parte la scena è conquistata dall’accusato numero uno, il presidente Gianfranco Carrer (Fabio Sartor), pronto a rintuzzare le accuse e a offrire una lettura tutta pro domo sua del fallimento. In uno scambio dei ruoli che va al di là dell’affermazione per cui «il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni».

Più che offrire una diversa lettura dei fatti (il fallimento non sarebbe colpa di cattiva amministrazione o di malversazioni ma della volontà dei grandi istituti bancari di strozzare e poi annettersi i piccoli) che nel film lascia più di un punto di domanda insoluto, finendo per minimizzare ad esempio la pratica dei «mutui baciati» di Carrer (sulla falsariga di quanto fatto da Zonin con la sua Banca Popolare di Vicenza, modello evidente per la Popolare del Nord-Est del film), il film cerca comunque di sollevarsi al di sopra della cronaca.

Quel «più di realismo» che insegue la regia, anche grazie a una recitazione dichiaratamente espressionistica, smussa la puntualità della denuncia per aprirsi a una visione più esistenziale e antropologica dell’homo venetus e del suo rapporto col mito degli «schei», diventato in quella zona d’Italia molto di più di un sogno o un’ambizione, ma quasi una condizione dell’esistere. Che Rossetto ha sempre messo al centro dei suoi film — come ricatto in «Piccola patria», come inganno in «Effetto Domino» – e che sembra anche una delle preoccupazioni della Jole Film che qui produce. Con risultati altalenanti (non tutto funziona e il finale convince a metà) ma con un’ambizione di fare un cinema «necessario» che fa loro onore.

 

di Paolo Mereghetti

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