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un Sergente che ha nome Paolini. "Il libro di Rigoni Stern mi tornava sempre in mente: dovevo raccontarlo".

Il Grande Teatro. Debutta questa sera al Nuovo l’atteso spettacolo dell’artista bellunese che si è ispirato all’omonimo libro dell’autore veneto. Repliche sino a domenica pomeriggio

Un «Sergente» che ha nome Paolini

«Il libro di Rigoni Stern mi tornava sempre in mente: dovevo raccontarlo»

«Per documentarmi meglio sono stato sul Don: mi sono sentito a casa. Un’esperienza potente»

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?». È una domanda tra il timido, il rispettoso e l’accorato quella che il soldato rivolge al "suo" sergente. Sono stanche le truppe italiane che, nell’inverno 1942-43, si stanno ritirando dalla Russia, lasciandosi alle spalle sangue, sofferenze e tormenti. Quel grido e quell’invocazione sono gli stessi che, in cuor loro, si ripetono i vari Cenci, Moreschi, Lombardi, Pintassi e tutti gli altri militari ormai stremati da una lunga e faticosa campagna. È uno scenario drammatico e malinconico quello che lo scrittore di Asiago Mario Rigoni Stern descrive nel suo libro più noto - oltre che autobiografico - Il sergente nella neve. È forse meno drammatico ma ugualmente ricco di accenti forti lo spettacolo che Marco Paolini ne ha tratto e che stasera (alle 20.45) approda - nell’ambito del Grande Teatro - al Nuovo dove resterà sino a domenica.

Per sua stessa ammissione, l’opera letteraria originaria è stata "manipolata" da Paolini che, oltre ad aver abbreviato il titolo (che diventa solo Il sergente), l’ha infarcita di "invenzioni", espressioni dialettali, battute extra, insomma ci ha messo abbondantemente del suo. Tutto questo, con lo spirito di un omaggio dichiarato all’autore vicentino che lo ha colpito e gli ha lasciato il segno. Come lo stesso attore bellunese, del resto, confessa.

- Paolini, cosa l’ha spinta verso Rigoni Stern? E perché proprio lui, tra tanti autori veneti?

«L’ho conosciuto in occasione del documentario realizzato dal regista padovano Carlo Mazzacurati nel quale ero coinvolto pure io. Fino a quel momento ero solo un lettore di Rigoni Stern. In seguito sono divenuto suo interlocutore. È una persona che sento volentieri, con la quale ogni tanto cammino in montagna, anche. Prima di quel nostro incontro però, non avevo mai pensato né progettato di ispirarmi ai suoi scritti. Tutto è successo giusto un anno fa, alla fine della primavera. Pensando a cosa avrei potuto mettere in scena, mi è tornata in mente un’immagine del Sergente nella neve che mi aveva particolarmente colpito e che mi compariva spesso davanti: quando il protagonista si trova a mangiare con i russi nella taiga. E allora, un po’ d’istinto, mi sono detto che mi sarebbe piaciuto raccontare quella storia, mettermici davanti, riprendendo così un conto sospeso ai tempi delle scuole medie, quando ero stato un lettore più distratto di quel libro».

- Come ha reagito Stern vedendo poi il suo spettacolo?

«Ha detto: "Noi non ridevamo così tanto, però". Battute a parte, credo che l’allestimento gli sia piaciuto».

- Com’era nato il documentario di Mazzacurati?

«La Regione Veneto gli aveva chiesto di fare una serie di filmati sulla nostra terra. Carlo si era rivolto a me e assieme abbiamo deciso di fare questi ritratti di personaggi. L’obiettivo? Volevamo far sì che i giovani sentissero il bisogno di farsi raccontare episodi e aneddoti del passato e che ascoltassero il racconto degli anziani. Ma i vecchi che abbiamo incontrato erano forti, temprati: sapevano il fatto loro»

- Per mettere a punto "Il sergente" lei ha effettuato una ricognizione sul Don: com’è andata?

«Prima di partire Rigoni Stern mi aveva fornito alcune istruzioni per l’uso. Quella vissuta laggiù è stata un’esperienza potente anche perché non sono un grande conoscitore della Russia. C’ero stato una volta sola e in ogni caso non conoscevo quella bella campagna profonda. Una campagna che mi ha fatto sentire a casa, non un foresto, mi ha fatto avvicinare un mondo contadino che apparteneva alla mia infanzia. Anche nella fisionomia delle facce che ho visto, non c’era nulla di estraneo, di distante da me. Ho visto un luogo che parlava con un ritmo, un’ospitalità, un senso dell’accoglienza e della disponibilità molto forti. Bastava dire "Sono italiano" perché la gente si fermasse e venisse a parlarti di quello che allora avevano visto. Durante quel viaggio ho raccolto tante, troppe cose, che non ci stavano tutte nello spettacolo. Esse però restano parte del mio background, sono come un diario che non ho intenzione di pubblicare a beneficio di altri: appartengono soltanto a me».

- È vero che questo "Sergente", come qualche critico ha osservato, segna il passaggio dal teatro d’inchiesta a qualcosa di diverso, a un teatro per così dire epico?

«Non lo so. Non ho mai pensato di cambiare strada e di fare un’altra cosa. Io continuo a pensare giorno dopo giorno: non c’è una scelta cosciente. In ogni caso, a me sembra di essere sullo stesso binario di sempre, anche se magari ci sono... diversi scambi. Sta a ogni singolo spettatore, poi, decidere in base a quello che vedrà. Io comunque cerco di non pensare mai al futuro come ripetizione del passato perché altrimenti si invecchia prima».

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