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Vanity Fair – E poi la donna ci insegnò l’amore

Il rugby dai preti, la "gara della tetta", le bombe: dopo Vajont, Marco Paolini porta in tv l'autobiografia di una generazione

Lui, l’uomo-simbolo della sinistra teatrale ti guarda con occhi chiarissimi e ti stupisce subito con il primo atto di un’intervista che da lui non ti aspetteresti: “Ho dei valori e un’identità e quelli non me li toglierà mai nessuno. Ma non sono più di sinistra. Voglio essere per qualcosa, e mai più contro, qualcosa. Sono uno che per la politica ha fatto anche a botte, il più delle volte prendendole, sia chiaro, ma che non si spaventa della rissa. Purché nella lotta ci sia una… deontologia: magari quella cosa straordinaria che i rugbysti chiamano ‘il terzo tempo’. E cioè che, dopo essersi picchiati in campo, ci si stringe la mano e si va a bere insieme”. Secondo molti critici Marco Paolini, 49 anni, veneto di Belluno, è un genio del palcoscenico, uno che con un radiomicrofono riempie un teatro e non solo. Il 10 ottobre del 1997 il suo Vajont, trasmesso da Raidue, conquistò 3 milioni 800 mila spettatori, il 30% di share, un record per un pezzo di teatro, e inaugurò un filone drammaturgico, “il teatro di narrazione”. Adesso Paolini ha messo insieme una cosa un po’ strana: una costellazione di spettacoli che ha chiamato Album che vedremo in televisione per tre mesi, da giovedì 10 febbraio, su Raitre ogni settimana. Questo Album è come lo scrigno vellutato dove è riposta una sorta di autobiografia collettiva: la storia di un protagonista, Nicola, e di un gruppo, i suoi amici. E poi la storia degli anni Settanta, uno spaccato di provincia veneta, un piccolo romanzo di formazione generazionale, un manuale combinato di filosofia di vita e di regole del rugby, un atlante di donne viste e desiderate come attraverso un cristallo.Paolini,chi è Nicola? L’io narrante dell’Album che porta in TV? “Non sono io. O almeno non solo io. E’ la storia di un gruppo di amici che è un pezzo di storia italiana. Di un mio coetaneo alter ego che nel ’64 andava in colonia al mare, nel ’67 faceva il chierichetto, nel ’70 recitava Brecht e per questo veniva cacciato dalla parrocchia….” Che cos’è, la meglio gioventù in versione veneta?“Sì, nella prima parte qualche affinità ci può essere. Ma la mia è un’altra generazione, dieci anni più giovane, e poi la direzione narrativa, rispetto al film di Giordana cambia. A me interessava uno spaccato diverso, il mondo visto da questo pianeta alieno che è la provincia italiana”.Ma che cosa c’entra il rugby?“Il rubgy dalle nostre parti è un mistero. Solo da noi è così popolare. Si dice che l’abbiano importato i soldati inglesi nella prima guerra mondiale. Ma anche che fosse la passione dei salesiani, convinti che fosse un gioco pedagogico”In un paese governato da un ex salesiano è interessante. “Un’altra tesi è legata alla nostra antropologia contadina. Con tutti i figli che c’erano, due famiglie facevano una rosa di 25: ancora oggi il rugby professionistico è disseminato di fratelli e cugini”. Mi spieghi quello che si deve sapere del rugby in una frase.“La singolarissima parabola evangelica riveduta e corretta dell’allenatore-prete del Tarvisium che diceva ai ragazzi: ‘Quando uno ti ghe dà un ciaffo… ti ga da corarghe drio, taeonarlo, roversarlo, rabaltarlo, stringerlo per col e poi porgergli l’altra guancia e chiedergli: vu tu provar ancora?”. Corrergli dietro, picchiarlo, porgergli l’altra guancia. Mica male. Mentre se deve riassumere il calcio?“Era un calcio strano, il nostro, da bambini. Niente stadi, e campi. Due contro due con il portiere in comune, e la regola del bonus: ogni tre calci d’angolo un rigore gratis. Siamo il paese delle offerte speciali”.La vostra educazione sentimentale?“I personaggi femminili appaiono tutti come se fossero dietro un cristallo”.Perché?“Per via di un problema ideologico che si chiama sfiga. Altro che latin lover: l’amore, per una generazione di italiani, è nato all’insegna dell’imbranataggine, magari per la carità di qualche femminista intraprendente”.Erano gli echi positivi del sessantotto? “Lei ci scherza, ma noi il corpo non lo nominavamo proprio. Dopo il femminismo, queste il corpo ce lo calarono addosso, nella politica e nella vita”.Ma il sesso nell’Italia contadina che cos’era?“Un mito. Per noi le donne erano figure e aneddoti leggendari, come quello della Iole, proprietaria del bar, e della sua gara della tetta con Serena Grandi”.Gara della tetta?“Si narra di un vero duello. Concluso nell’unico modo possibile - patatrac – con le tette sfoderate sul tavolo”.E chi vinse?(Pausa). “Ma la Iole, ovviamente”.Quindi un unico filo tiene insieme rugby, donne osterie e politica?“Sì. O si era travolti da una fidanzata, o da un gruppo, i più fortunati da tutti e due”.Quando finisce questa stagione di spensieratezza?“Cronologicamente nel ’74 e nel ’75, quando si comincia a sparare. Simbolicamente quando un attentato finisce per profanare una piazza, piazza della Loggia, a Brescia, con una bomba. E’ la fine dell’innocenza: per molto tempo sarà come se fosse successo in tutte le piazze d’Italia. Il nostro Nicola pensa: ‘Adesso non la smetteranno più’. E bada: è una bomba che colpisce tutta una generazione, a destra e a sinistra”.Le diranno che è un revisionista. “Non me ne frega nulla. Ho smesso di appartenere da tempo. Ad esempio quando ho capito una cosa fondamentale: non è che il fatto di aver ragione, ammesso che la si abbia, ti porta necessariamente a far meglio”.Le diranno che lei è un “terzista”, uno che no sta ne di qua ne di là, come Eugenio Scalari rimprovera a Paolo Mieli.“La mia fortuna, è che io racconto delle storie, e non devo tirare le somme di una morale in un articolo di fondo . Poi aggiungo, come Mieli: io sono schierato, ma subito dopo inizio a relativizzare le mie ragioni, e scopro che le gerarchie cambiano”.Mi faccia un esempio dall’Album.“ Non cambiano i valori per cui ci schieravamo, ad esempio, in favore del Vietnam. Ma l’importanza del Vietnam, e la nostra possibilità di incidere, quello sì, sarebbe da fessi non ammetterlo”Lei ora pensa che siate stati fregati sia a destra che a sinistra? “Sì. Quello che ho raccontato con la metafora del rugby, la deontologia dello scontro, è stato cancellato, e sostituito, con le bombe e gli agguati, da un altro gioco, e da altre regole”.Come è accaduto?“Gradualmente. Ci siamo infilati negli anni di piombo. La cosa più scandalosa è che abbiamo permesso ad altri di governare la nostra storia”. E l’Italia di oggi?“E’ il paese dei condizionatori”. Prego?“Massì, il consumo è diventato il nostro lifestyle, e io oggi sono un borghese consumatore, che sa benissimo quanto i condizionatori siano la rovina dell’ozono eccetera. Ma si è fatto convincere anche lui dall’idraulico a mettere il suo pinguino, piccolino. Ne prendo atto, senza moralismi”. Questa settimana è in teatro, a La Corte di Genova, con il suo “Sergente” tratto da Rigoni Stern. La prossima in Tv. In che cosa è cambiato dopo i successi di ascolto?“In nulla (ride). Sto usando la televisione per diventare un…. grande autore popolare. Se passi all’alba sul piccolo schermo fai un milione di ascoltatori. Se fai una stagione teatrale ti vedono 75mila persone. Ma solo in teatro che trovo la qualità giusta per riempire degnamente la tv”.E quando la tv si sarà mangiata il suo album, e tutte le cose di qualità nate in teatro?“Beh allora mi prendo un anno sabbatico e torno a studiare”.

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