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Via Anelli, il film

Presentato in anteprima ieri a Roma, al festival "Fuori raccordo", arriva da oggi alle 21 al MultiAstra di Padova il documentario "Via Anelli, la chiusura del ghetto", diretto da Marco Segato, che racconta due anni di sgomberi nella via più (tristemente) famosa di Padova, visti dalla parte di chi li ha subiti: circa 600 immigrati, soprattutto mamme, bambini, onesti lavoratori, costretti a convivere con tossici e spacciatori, e alla fine approdati a una nuova casa e una nuova vita.
Il film, che dura 68 minuti, ha visto impegnati anche Elisabetta Massera (fotografia), Davide Vizzini (montaggio), Enrico Levorato (suono), Marco Mezzalana (operatore), Silvana Schiavo e Marco Zambrano (organizzazione) e Giovanni Panozzo (musiche originali), ed è prodotto da Francesco Bonsembiante della Jolefilm di Marco Paolini, che stasera sarà in sala ad "accompagnare" la pellicola. «Una troupe leggera - commentano i promotori - per consentirci di entrare più facilmente in sintonia con gli intervistati, senza interferire troppo nella loro vita reale».
Domani sera, sempre alle 21, assieme alla proiezione si terrà anche il concerto reggae dei padovani Ziliota Roots, col nigeriano Ethel, ex inquilino di via Anelli che dopo il trasloco ha coronato il sogno di fare il parrucchiere; e giovedì ci saranno due proiezioni, la prima alle 18 a ingresso libero. La prossima settimana, infine (il giorno 11), sarà proiettato a Conegliano, ad Antenna Cinema. E dopo? Qui entra in gioco un ragionamento più generale sui destini di questi lavori, e sugli spazi che essi riescono a ritagliarsi, emerso già in occasione delle recenti giornate di Videopolis. «Il dopo - spiega Bonsembiante - è fatto dal lungo percorso dei festival, dove le opere vengono visionate da un pubblico abbastanza importante e possono sperare di vincere qualche premio. Questo documentario, ad esempio, è stato selezionato da due festival (oltre a quello di Roma anche dal Levante Film Festival di Bari). Poi c'è la destinazione dell'home video, o l'acquisto delle televisioni, che possono mandarli in onda in programmi specifici, come "La 25esima ora" de La7, oppure nell'ambito di trasmissioni di attualità, a volte anche a spezzoni». Jolefilm sta però sperimentando anche un altro sistema, che continua ad avere nelle sale un luogo di fruizione significativo, ad un prezzo massimo di 4.5 euro. L'operazione è partita con "La mal'ombra", di Andrea Segre, e consiste nell'attivare un sito in cui coloro che sono interessati a vederlo lasciano i loro riferimenti e indicano l'area in cui risiedono. «Quando vediamo che le prenotazioni hanno raggiunto la trentina - spiega Bonsembiante - ci rivolgiamo ad un esercente della zona e gli chiediamo di mettere a disposizione la sala per il documentario, garantendogli una quota minima di spettatori: è un modo per far emergere una domanda dal basso, senza dover sottostare alle imposizioni della grande distribuzione». Certo, i numeri sono ancora piccoli, e il lavoro organizzativo oneroso e basato sul passaparola, ma in questo modo un'opera come "Le ferie di Licu" di Vittorio Moroni nei mesi scorsi ha staccato ben 20mila biglietti. «Certo va bene quando si raggiunge il pareggio - commenta ancora Bonsembiante - il che è possibile solo con budget molto limitati: in Italia il costo medio è di 100-150mila euro, un terzo che nel resto d'Europa, dove la committenza televisiva è molto più importante. Noi comunque ci teniamo particolarmente: nel nostro paese il documentario ha sempre avuto una tradizione fortissima, anche se ora sembra non interessare più a nessuno. Tornare a raccontarlo dal di dentro, attraverso quesi lavori, lo riteniamo un dovere civile. E poi il documentario è una fucina di talenti: Paolini ci tiene molto a dare una mano a dei giovani in gamba, che poi chiama a collaborare ai suoi lavori, come con Segato che ha fatto la regia de "Il Sergente".

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