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VicenzaPiù – Una Mal’ombra si aggira per il Veneto

Ci sono storie che vanno oltre i loro personaggi, la loro ambientazione, la loro trama. Storie che allargano lo sguardo e che, partendo da piccoli fatti quotidiani, riescono a spalancare una finestra su nuovi orizzonti. Storie che, come i famosi limoni della poesia di Montale, aprono uno squarcio inaspettato su realtà più profonde. Andrea Segre, trentenne padovano che si divide tra la carriera di ricercatore e docente universitario e quella di regista, una di queste storie l’ha trovata a San Pietro di Rosà, piccolo comune del bassanese dove, da cinque anni, un gruppo di residenti ha dato vita ad un presidio permanente per contrastare la costruzione di una delle più grandi zincherie d’Italia. E attorno a questa storia ci ha costruito un film documentario che è stato presentato a fine novembre al Torino Film Festival di Nanni Moretti. È la storia di una Mal’ombra, questo il titolo della pellicola, che non è tanto l’ombra che la fabbrica proietta sulle abitazioni dei dintorni, quanto una sensazione di malessere che attraversa tutto il Veneto: una zona grigia - fatta di poca trasparenza, di scarsa convivenza civile, di intrecci poco chiari tra affari e politica – che incombe su una regione in cui è andato perso il senso della misura. E della felicità. “La Mal’ombra è per me un inno alla dignità di chi, pur ricordando la puzza delle bestie, ha il coraggio di chiedere meno ricchezza e più rispetto; ma nello stesso tempo è un disilluso sguardo sull’avanzare impetuoso di un presente meccanico, plastico, pneumatico, perfettamente funzionante e vuoto – scrive Segre sul suo blog -. So bene che Bacicia e Clelia (due degli anziani del presidio, ndr) non hanno e non avranno mai sufficiente potere per fermare la corsa dei tir che rombano tra le loro galline e so bene che sono considerati “passato” dalla stragrande maggioranza dei nuovi cittadini della ricca provincia veneta, ma mi trema dentro una voglia quasi maledetta di chiedere a questi nuovi cittadini: “Siete davvero, profondamente sicuri di essere felici?”

Il festival
A Torino il film è stato accolto bene: sala piena, applausi, recensioni positive su alcuni quotidiani nazionali, e riconoscimenti da parte della giuria. “Siamo stati premiati con il premio “Avanti!”: non è il primo premio, ma è comunque assegnato da una giuria qualificata e dovrebbe garantirci la distribuzione attraverso un circuito di cineforum – racconta il regista -. Il momento più bello, comunque, è stato quando Nanni Moretti è venuto a salutare quelli del presidio, durante il brindisi che avevamo organizzato per il dopo proiezione”.

Un anno di Presidio
In una settantina di minuti, Mal’ombra racconta l’ultimo anno di vita del Presidio di San Pietro, dalla conferenza di servizi che ha dato il via libera alle attività all’interno della zincheria fino alle elezioni comunali di Rosà della primavera del 2007. Al di là del succedersi dei fatti, però (“non sono un giornalista, non faccio Report”, precisa Segre), il film è soprattutto la storia delle persone che animano il Presidio. Gli anziani, del gruppo, quelli che, continua Segre, “si ricordano benissimo della povertà, sanno bene cosa vuol dire non avere sviluppo industriale, cosa vuol dire riscaldarsi con le bestie o avere il pane solo la domenica;
però sono i primi a dire attenti, a non perdere quella ricchezza umana e sociale che c’era una volta”. Oppure Stefano, il ragazzo ridotto in fin di vita quattro anni fa da un’aggressione di cui non sono ancora stati individuati mandanti ed esecutori: “Un personaggio stranissimo, che forse nessun sceneggiatore avrebbe saputo inventare: è fornaio, appassionato di archeologia, biker, amante degli scacchi e della lettura. Ha un mondo intellettuale suo, che si inquadra difficilmente nel contesto della provincia. E forse non è un caso che sia stato colpito lui, perché è quello più facilmente isolabile”. Poi c’è Daniele, “un operaio, di una famiglia semplice, se vogliamo povera, per quanto si possa essere poveri nel Veneto di oggi, che scopre il mondo dell’informazione, la voglia di andare oltre quello che viene detto normalmente; e già questa è una vittoria”. E infine c’è Lorenzo Signori, ex sindaco del paese ai tempi della Dc, poi consigliere comunale con Forza Italia. “È uno che ha vissuto tutta la stagione della politica classica, ma ad un certo punto se ne è allontanato, stanco di una politica fatta da politicanti, in cui dominano sempre gli interessi privati. Perché è questo il grande male della politica italiana degli ultimi quindici anni, per questo non riusciamo più a crederci. E io credo che Lorenzo abbia trovato al Presidio proprio questo, un modo di fare politica che non è riconducibile ad interessi privati. Al di là che abbiano ragione o torto, quelli del Presidio non ci guadagnano niente; spendono soldi, tempo, energie perché ritengono che quella fabbrica sia fatta male, e che sia una metafora di quello sviluppo industriale che rovina la qualità della vita, in cui gli interessi industriali sono al di sopra di quelli umani”.

Veneto, dove vai?
Storie di persone, che si prestano però ad una riflessione più generale sulla realtà del Veneto. E da cui viene fuori l’immagine di una regione che ha perso slancio e vitalità, barattando felicità, amicizie, relazioni per un conto in banca ben pieno. “Purtroppo è così: l’interesse economico viene prima di tutti gli altri, e questo non solo a San Pietro – continua Segre - : dobbiamo forse ricordare quanti sono i casi di ecomafia in Veneto, o in quanti casi i politici sono strettamente legati ad interessi immobiliari?”. È questa la Mal’ombra che dà il titolo al film, e che allunga i suoi tentacoli ormai ovunque. In questo contesto, il presidio rappresenta un “piccolo miracolo sociale e politico nel Veneto di oggi – annota ancora Segre nel suo blog -: un gruppo totalmente spontaneo di semplici cittadini della provincia più industrializzata e più ricca d’Italia che per oltre 4 anni chiede a gran voce e con una costanza imprevedibile di fermare lo sviluppo industriale, di salvare quel poco che resta di un territorio geografico, culturale e sociale ridotto ormai alla rarefazione”. Il presidio, quindi, è prima di tutto un segnale di speranza contro una rassegnazione che ormai dilaga. “Il vero cuore del problema – conclude il regista - è come siamo arrivati dalla stalla delle bestie dove d’inverno Bacicia si scaldava perché non c’era nemmeno la legna, alla rassegnazione con cui timida sua figlia oggi ci dice “Mio padre ha sicuramente ragione…al mille per cento ha ragione…queste fabbriche ci tolgono l’aria, ammazzano il nostro futuro…ma che serve lamentarsi…è così che vanno le cose!” Sta solo nella memoria antica del popolo contadino il bisogno di riconquistare la qualità della vita? Perché questa basilare battaglia non può diventare, non può essere di tutti?”

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