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Vivaverdi – Marco Paolini. L’arte di raccontare

Informare l'opinione pubblica attraverso ìl teatro. E così il pubblico, più che un attore, ha finito con il considerarlo un giornalista. Lui non se la prende perché è conscio della differenza tra i due generi narrativi ed espressivi e perché "l'intervento del corpo cambia tutto". Il significato profondo del "teatro civico"

Uno che ci pensa su. Che dopo zaffate di istinto, rapidissime, poi invece ragiona e sceglie lentamente. "Sarei un pazzo, se certa energia che mi rimanda il pubblico non la tenessi stretta, senza buttarla via", dice. Ma anche se consapevolmente contento dei grandi successi degli ultimi anni (da Vajont in poi), Marco Paolini sente che è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Anche questo, è il rigore professionale: cogliere i cambi di vento, quegli snodi che permettono di convogliare vecchie energie verso nuovi traguardi. Un lavoro-video su Venezia, ancora acerbo ma pieno di promesse. Letture esplorative di testi vari. Viaggi, alla ricerca di nuovi codici espressivi. Avendo sempre in mente i rischi da non correre. Scadere nella recitazione gratuita. per esempio. Non svalutare l'eccezionale talento di affabulatore imprestandolo a perfórmances obbligate, troppo consuete. "I classici sono una cosa straordinaria, ma quando in cartellone ci sono soprattutto (quasi solo) quelli, qualcosa non va. Vuol dire che non c'è coraggio di sfidare altre interpretazioni del presente. Che l'invenzione non sta lavorando". Niente rifacimenti, dunque. Se ha letto in modo mirabile Moby Dick (anni fa alla radio), ora per Paolini non è tempo di cimentarsi con altre grandi pagine della letteratura. Continuare a raccontare, sì: ma cose nuove, e in modo diverso.

Il rapporto con la carta stampata resta sempre intenso. Dopo l'amore per il testo di Luigi Meneghello Libera nos a malo (amore fruttuosamente condiviso con Gabriele Vacis), ora “Il Sergente”, ultimo spettacolo in cartellone, è frutto di una visitazione lunga e articolata del romanzo di Rígoni Stern. Per sondare il livello di "dicibilità" del testo, Paolini ha lavorato mettendo alla prova un suo pubblico scelto, molto ristretto, del quale si fida. Ma non funzionava. Così, rigoroso, paziente, ha ricominciato da capo. Viaggiando nella ex Unione Sovietica per respirare l'aria dei luoghi. Gli piaceva in generale che fosse un lavoro in grado di parlare non di un singolo, un sopravvissuto, un testimone, ma che descrivesse invece come non si sopravvive, la disumanità di una esperienza collettiva. Il punto dì vista d'insieme è qualcosa che sembra percorrere l'intero filo della produzione teatrale di Paolini. Degli Album, nuova creatura libraria dopo Teatro civico, è stato detto che sono una grande opera corale. Monologhi. molte storie sparse ma il cui scorcio narrativo sembra dato piuttosto dall'occhio di un singolo. Ed ecco profilarsi un altro rischio da aggirare: non essere un autore ingombrante. Restituire i fatti ma senza mettersi in primo piano. Tanto bene ci è riuscito, Marco Paolini, che gli succede di essere preso. anziché per un attore. per un giornalista. Lui non se la prende. Convinto come è della profonda differenza che esiste tra informazione e teatro (perché nel teatro c'è l’intervento del corpo che cambia tutto). E convinto, ancora di più, del significato del fare un teatro civico”. Lo straordinario impatto che gli spettacoli di Paolini hanno sul pubblico (a cominciare da Vajont, l’”orazione civile” che sbancò lo share inchiodando davanti al piccolo schermo milioni di spettatori), dipende tra le altre cose da questo: dalla forza dirompente che si sprigiona da storie raccontate con un’intelligenza pari a una sapienza della fisicità. E’contento dell'ottima qualità del suo repertorio video. Dipende, dice, dal vantaggio dell’autoprodursi (lavorare quindi da anni con un èquipe di persone e un regista con i quali la fiducia è assoluta). E poi quando si fa qualcosa di poco

teatrale, è più facile “bucare lo schermo” . Il risultato video della diretta di uno spettacolo di teatro di narrazione, è sempre migliore rispetto a normali riprese di spettacoli. Fatto salvo che, a monte, è necessario (come fu nel caso di Vajont) un palinsesto televisivo abbastanza intelligente da dare spazio e giusto orario a trasmissioni del genere.

Ma l'arte di raccontare, da dove arriva?In principio è stato raccontare storie ai bambini e scoprire di attanagliare anche gli adulti. Dopodiché, inoltrarsi nella spirale complessa della struttura di una narrazione. Una spirale che deve essere capace di trasformarsi nella linea curva di un arco. Non è facile trovare un linguaggio che segua la curvatura di una sequenza sintatticamente perfetta, in un

mondo dove la sintassi è scomparsa e tutto è sincopato, paratattico. Dove ogni espressione è frammento, balllettìo,scheggia. Molti anni fa, Paolini partecipò a Livorno a uno stage tenuto da Wim Wenders. E da lui sentì dire una frase: "Le storie oggi, sono un surrogato dell’ esistenza di Dio. Perché mettono ordine nel caos, visto che ormai viviamo in un linguaggio di schegge". A quella frase, negli anni Marco Paolini ha ripensato moltissime volte. Nel polverone della illetteratezza, in questa babele di minimali schegge, ciò che più ha senso è opporre forze espressive centripete, radicate. Gli archi tesi della sintassi. Grandi racconti. Spazi da imparare a gestire, dosando la forza così da arrivare in fine con la stessa energia. Creando apici e affondi, silenzi e brusii. I picchi e le valli di una storia.Un po’ come un Lawrence Sterne moderno, Paolini ha effettivamente il talento unico di aprire decine di excursus, inanellare parentesi su parentesi, contare sull’intelligenza di un pubblico che sappia insieme a lui inerpicarsi su per le chine degli antefattie poi a precipizio ridiscendere lungo la deriva scivolosa degli accadimenti . Ogni teatro di narrazione, dice Paolini, deve saper essere una semplificazione, è facile risultare dei demagoghi, persone molto amate per qualche tempo, ma segnate dal destino, presto o tardi, del ripudio. Per raccontare davvero, dunque, mantenersi semplici e sempre umili. Dissezionare le storie così da renderle racconti, ma sempre rimanendo in secondo piano, dietro di esse.

Il futuro è pieno di spazio. Raccogliere e pubblicare gli Album ha voluto dire dare forma e confezionare un lungo passato, e liberarsene. Però vivere una pausa creativa senza enfatizzarla, senza isolarsi, restando autoironici e ricettivi, è una sfida che solo un’intelligenza pulsante, esigente, intransigente, come quella di Marco Paolini può riuscire a fare. Di un silenzio tanto aperto e saggio, vedremo i frutti. Ma è difficile immaginare che non saranno buoni.

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