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www.drammaturgia.it – Il candore e il mistero. I "processi" civili di Marco Paolini

Nel corso degli anni, dopo l'imprevista affermazione di Vajont - avvenuta al di fuori dei circuiti teatrali e per effetto di una spontanea e inarrestabile attenzione da parte del pubblico - le rappresentazioni di Marco Paolini hanno mutato forma, pur mantenendo inalterata la tecnica narrativa affinata attraverso gli spettacoli dei primi anni, a partire dagli Album, per intenderci. Si è fatta più complessa la trattazione dei temi-guida, perché per una molteplicità di ragioni l'artista si è incamminato decisamente lungo il sentiero dell'impegno civile. Ad esso piega, sempre più, la sua originale vitalità comica, fino a spezzare la coloritura linguistica e l'appartenenza territoriale: si pensi all'esilarante cantilena veneziana del Milione e al sorprendente viaggio entro il corpo vivo della cultura veneta con le varie fasi di Parole mate - Bestiario veneto.

Come prima, Paolini s'affida ancora alla procedura di mostrare senza timore il farsi dello spettacolo, di scoprire la tessitura interna del suo lavoro in scena. Persino la tensione necessaria per tenere sotto controllo una platea ampia e diversificata, o la fatica d'individuare la formula più adeguata per esprimere il suo pensiero, oppure il balbettio e il vuoto di memoria, fanno sì che ogni recita sia differente dall'altra, tanto da potersi definire una conversazione privilegiata tra l'artefice e lo spettatore presente.

In verità, occorre anche dire che il pubblico di Paolini non è paragonabile a quello delle stagioni più o meno stabili: basta ascoltare le notazioni che corrono durante ogni sua esibizione per convincersi come ciascuno dei convenuti sia mosso da una personale motivazione. Nel corso delle serate che l'attore ha tenuto al Teatro Toniolo di Mestre, ad esempio, si poteva sentire l'orgoglio di un giovane che ricordava di aver giocato da piccolo con Marco, oppure lo slancio di una spettatrice che confrontava tra loro in modo incisivo gli esiti di varie esibizioni.

A Mestre Paolini ha presentato, in successione, Parlamento chimico e I-TIGI racconto per Ustica, gli suoi ultimi lavori, davanti ad una sala strapiena, attenta e sicuramente non facile: per l'attore-narratore gli spettacoli destinati alla sua "gente", sono utili per verificare, di tanto in tanto, la validità del suo metodo e l'incisività del suo ragionare, proprio nel luogo dove è possibile cogliere la distinzione tra "sani" e "schiao", due formule di saluto che uniscono nel momento stesso in cui sembrano dividere.

Perciò, ogni volta che Paolini capita nei dintorni di Venezia la durata delle sue esibizioni si dilatano oltre i limiti canonici. È accaduto nella prima serata con Parlamento chimico, un testo sul quale si addensa in questo momento la sua attenzione artistica: appare davvero impossibile comprimere tre anni di ricerche, migliaia di incontri, un numero imprecisato di documenti entro i limiti di una elaborazione teatrale. Fin dalle prime "prove" aperte era palese lo smarrimento dell'interprete nel tracciare un filo di collegamento tra i materiali disponibili.

Ad unire Parlamento chimico e I-TIGI racconto per Ustica è il comune rapporto con un lungo e difficile processo penale: lo sguardo del narratore, che si veste della curiosità dell'uomo di strada mentre si addentra tra la infinite carte processuali, scava dentro la montagna di atti giudiziari, mosso dalla voglia di capire ogni linguaggio, persino le criptiche dichiarazioni dei periti, e di trovare delle risposte plausibili ad almeno uno degli infiniti misteri italiani. Sia il caso dei decessi per tumore e per inquinamento chimico a Marghera, sia l'incredibile vicenda dell'aereo civile abbattuto sul cielo di Ustica nel corso di un'operazione militare, provocando la fine di 81 persone ignare e innocenti, inquietano la coscienza di ciascuno perché parlano di morti senza sepoltura, al pari delle tragedie greche. Per trovare riposo i morti continuano a chiedere giustizia ai vivi, a pretendere almeno una spiegazione accettabile.

Paolini parla alla stregua di ogni cittadino, immagina con acutezza la vita quotidiana delle vittime, li avvicina agli spettatori magari in modo grottesco, comico, ponendo in evidenza i loro tic, insieme ai loro desideri e ai loro sogni. Già, i sogni: è davvero efficace Paolini quando evoca le passioni dei suoi personaggi fin troppo reali; è abile nel disegnare sul palcoscenico i tratti di una mentalità sociale diffusa, in maniera fin troppo convincente. Gli operai di Porto Marghera e le loro mogli sognano per i loro figli un avvenire senza sacrifici, che li veda tanti ingegnieri-capo, magari rappresentanti della tanto vituperata "razza padrona"; in tal modo - aggiunge con ironia l'attore - potranno disprezzare i nuovi schiavi, i troppi immigrati perché, venuti a rimpiazzare i mestieri dei padri, a loro volta "si permettono" di sognare un futuro migliore per i propri figli.

Sta proprio nello slancio politico la preziosità dell'arte di Paolini, che non solo rende accessibili i linguaggi più ostici, le formule dei cloruri e dei polimeri o le tracciature digitali dei radar, le declinazioni delle malformazioni cancerogene o la fredda indifferenza della gerarchia militare, ma indica anche la strada per mantenere sempre aperta la ricerca di una motivazione, il diritto di avere una risposta.

In un tempo in cui troppi prendono le distanze dal "mestiere di vivere", Marco Paolini continua, caparbiamente, a testimoniare la volontà di non chiamarsi fuori dal difficile confronto con il mondo.

Lungo la linea di confine tra l'assurdità delle burocrazie, la freddezza delle procedure, il compatto muro delle omertà, da una parte, e l'ingenuità dell'uomo comune, lo sbigottimento degli indifesi, l'esuberanza del sentimento, dall'altra, Paolini lascia germogliare, quasi per caso, i ritratti dei suoi candidi personaggi, che finiscono per crescere a dismisura, fino ad invadere la scena, fino a straripare oltre la ribalta, per saziare - spesso - l'amarezza o il rancore di chi ascolta. È come se un discorso da caffè, una ciacola da campiello, una discussione ordinaria si tramutasse in verità, in certezza, in consapevolezza. In un'età incerta e confusa è davvero un miracolo il fatto che un'occasione teatrale contribuisca a rimettere in movimento il cuore e la mente di chi, come l'attore-narratore, non vuole rassegnarsi ad una succube impotenza e insiste nel chiedere conto delle incongruenze di una democrazia continuamente insidiata.

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