10 marzo 2015

L’intervista. Marco Paolini presenta il suo nuovo spettacolo «Ballata di uomini e cani»:
«Mi lancio nel teatro d’avventura, di racconto popolare sulla potente narrazione di questo scrittore»
Basato su quattro racconti di lotte quotidiane, sarà da oggi a Correggio e da giovedì all’Arena del Sole

È febbrile il mondo di Jack London, sia che racconti il grande Nord, le mute di cani, il richiamo della foresta, sia che ci avventuri tra i mari del Sud o ci porti sulla strada, con i vagabondi, e alzi la voce contro le ingiustizie. Al suo narrare dedica l’ultimo spettacolo quell’affabulatore di razza che è Marco Paolini. Ballata di uomini e cani, con le musiche composte e eseguite dal vivo da Lorenzo Monguzzi con Angelo Baselli e Gianluca Casadei, arriva oggi e domani all’Asioli di Correggio, da giovedì al 15 all’Arena del Sole di Bologna (ore 21, sabato 19.30, domenica ore 16).

Paolini, London non ha gran fama come scrittore…

«È uno che se ne infischia dello scrivere bene, ma ha una potenza unica. La sua scrittura sembra fatta di appunti buttati giù in fretta, sempre incompiuta e bellissima, come in una specie di happening vitale».

Come mai ha deciso di portarlo in scena?

«Come molti della mia generazione, l’avevo letto da ragazzo e poi abbandonato su uno scaffale, come Salgari, come Verne (che peraltro amo ancora moltissimo).
Non ha avuto il destino di crescere con i suoi lettori come Melville o Kipling… Ma, riletto da grandi, London è un’altra cosa. Ti fa porre domande importanti».

Per esempio?

«Dove è finito quel secolo breve, delle rivoluzioni, dei sogni di cambiare la vita, che ci separa da lui? Il nostro tempo sembra tornato alle pulsioni primordiali, spenceriane, che lui interpreta; sembra avviato a un darwinismo sociale, incarnato dalla legge del più forte, come se non ci fossero mai state spinte egualitarie. Oggi sembriamo di nuovo precipitati in un mondo di specie predatrici, dominanti, e di dominati».

Quindi lei ci mostra un London politico?

«No. Non gli si fa un buon servizio trattandolo su basi tematiche. Ho scelto tre racconti brevi, Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco, per giocare con le emozioni che la sua scrittura sprigiona».

Ci porterà nell’avventura?

«Sono etichettato come un narratore “civile”. Questa volta mi sono detto: proviamo a fare un teatro d’avventura, incivile, ai limiti della decenza delle arti, verso il fotoromanzo, lo sceneggiato, il racconto popolare. Dichiaro una vera passione per i generi minori, il western, la fantascienza, l’avventura».

London stesso ebbe una vita movimentata…

«A lungo ho avuto la tentazione di raccontare la sua biografia, la vita alcolica, la spada, i vagabondaggi… Sulla strada di Jack Kerouac è stato influenzato dal suo La strada. Alla fine ho scelto un altro montaggio.
In scena ci sarà London, ma impegnato a raccontare alcune delle sue storie».

I cani?

«Sono personaggi come le zingare, le puttane, i gobbi di Verdi, schiavi dell’uomo. Tirano le slitte, sono lavoratori, a volte poco domestici, a volte di compagnia. Ma il rapporto è tra datore di lavoro, padrone, e sottoposto. La situazione può risolversi in commedia, in dramma, in tragedia. Ho scelto storie con bestie senzienti, che si emozionano, che guardano da fuori quell’altro animale che è l’uomo».

Il grande Nord di London somiglia alle sue Alpi?

«Direi di no, anche se ho cominciato a sperimentare il viaggio su questo scrittore in alcuni rifugi alpini».

La chiama «ballata» per l’importanza della musica?

«Non smette mai, la musica, è potente; la narrazione le passa continuamente la palla. D’altra parte London canta il mondo dei banditi, degli hobos, dei vagabondi. Allora noi andiamo verso il ritmo della ballata. Non solo quella di Woody Guthrie, ma anche quella verdiana, popolare».

Verdi?

«Verdi, ma anche Rossini. Erano i nomi del repertorio delle bande musicali del West: non suonavano solo il banjo. Noi cerchiamo di ricostruire quel melting pot».

Melting pop?

«Lo ha detto lei. Certo che London viene rivalutato dopo Kerouac, i beat e Bob Dylan. E questo, vuole essere uno spettacolo pop, vicino al pubblico di London, che era più quello dei lettori delle gazzette che dei letterati. London inventa una lingua fisica, che magari a leggerla è povera, ma che in scena parla».

Corriere di Bologna

Massimo Marino

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