18 febbraio 2015

L’attore in tournée fino al 15 aprile con “Ballata di uomini e cani”, da Jack London, ci racconta del progetti futuri e del perché non mette mai in scena storie al femminile: “Confesso, non mi sono mai innamorato di un personaggio donna. Mi sentirei costretto a metterlo su un piedistallo o trattarlo come una categoria protetta. Non lo faccio mai”

L’epopea di uomini e cani sullo sfondo della mitica corsa all’oro. Questo è lo spettacolo (in scena allo Strehler di Milano fino al 22 febbraio e poi in tour) e l’omaggio di Marco Paolini all’autore di Zanna Bianca e del Richiamo della foresta. La drammaticità dei racconti londoniani del grande Nord appena alleggeriti da un’impaginazione visiva da fumetto mostra un altro volto di Paolini che in scena esordisce con “non sono io”, a marcare la differenza con la grande narrazione del teatro civile che lo ha lanciato e reso famoso. Abbiamo incontrato l’attore nei camerini per farci raccontare un po’ del suo mondo, del suo modo di lavorare, dei suoi progetti futuri. E per fargli una domanda scomoda. Dalla quale non si è tirato indietro.

In primavera produrrai “La pelle dell’orso”, opera prima di Marco Segato, tratta dal romanzo d’avventura di Matteo Righetto. Ambientato negli anni Sessanta del secolo scorso, sulle Dolomiti, racconta di un’improbabile caccia all’orso… Come ti prepari a questa nuova avventura che ti impegna anche come attore?

Sto lavorando alla sceneggiatura con il regista e con Enzo Monteleone. Il film è ambientato in Val Zoldana, nel bellunese, tra Pelmo e Civetta. Come il libro di cui abbiamo acquistato i diritti è la storia di una scommessa fatta da uno dei personaggi più strampalati e diseredati del paese (interpretato dal sottoscritto) con uno degli onnipotenti del luogo: in cambio di una somma di denaro che corrisponde a un anno di stipendio, dovrà eliminare il flagello dell’orso che sembra essere riapparso, molto tempo dopo la sua estinzione, sotto forma di animale mitologico, devastante. Noi l’abbiamo retrodatata agli anni Cinquanta, quando gli orsi, animali nomadi, nella realtà, dalle nostre parti, non c’erano comunque.

Nella finzione letteraria, filtrata dall’epica “western”, si innesta anche una dinamica padre-figlio…

Il protagonista Pietro, stradino-bracconiere, parte alla ventura e si trascina dietro il ragazzo dodicenne. Vivranno da soli, in mezzo alla natura. La madre non c’è, è morta. E il padre è in parte responsabile di questa assenza nella vita del figlio. Come succede nei romanzi di formazione, tutto a un certo punto diventa l’avventura della vita, lo spartiacque da cui non tornerai più indietro bambino. Un’occasione per capire chi è tuo padre. E chi era tua madre… Di fronte a loro la bestia, “el diàol”, elemento fondante dell’avventura. In questo film c’è qualcosa del mondo di Buzzati, di Rigoni Stern… e un po’ anche del mio.

Quanto del tuo teatro oggi fa parte di un ideale “repertorio”, che possiamo rivedere di tanto in tanto? 

Paradossalmente potrei portare in scena domani “Tiri in porta” o “Liberi tutti”, due dei miei Album anni ’90, che ricordo perfettamente, mentre non posso rifare “Ustica”, “Vajont” o “Petrolchimico”, spettacoli più recenti ma basati su documenti che vanno continuamente verificati, aggiornati sulla base delle inchieste e su quello che emerge anche oggi… lì devi essere caldo sul pezzo, non puoi fare repertorio con il teatro civile.

Di quel genere di imprese ne vedremo altre a breve? 

Ci sono in effetti un paio di cose che stanno quasi per diventare materia di spettacolo, ma sto ancora studiando. Per ora ho riempito le mie cartelline per due progetti fra loro alternativi: non annuncio cosa farò perché… non ho deciso.

Le tue “cartelline” sono piene di file o viaggi ancora con i taccuini?

Non riesco a concepire l’opera al computer, sistematicamente. Per questo c’è una persona che mi aiuta, ordinando i miei appunti. No, le mie cartelle sono di cartone e in genere sono piene di ritagli. Il computer lo uso solo per le prime ricerche, come facciamo un po’ tutti. Poi però ho bisogno di incontrare fisicamente i libri, i documenti originali conservati negli archivi, proprio come farebbe uno storico… Averli tra le mani, anche solo per un po’, cambia completamente l’impatto emotivo: te li ricorderai con un’altra consapevolezza parlandone sul palco.

Dal microuniverso degli “Album” alle figure di Galileo e Jack London: le tue storie hanno un taglio o un punto di vista prevalentemente maschili. Non hai mai pensato di accostarti da autore ai temi o ai personaggi del mondo femminile? 

Veramente non parto mai dall’idea di occuparmi di un argomento, di una tematica, ma mi imbatto quasi sempre in una storia, in un dettaglio… La risposta onesta, forse non piacerà, è che non mi sono mai innamorato di un personaggio femminile che potessi raccontare con la necessaria libertà. Come in fondo ho fatto con Galileo, che non ho messo su un piedistallo ma che ho tentato a modo mio di “demolire”, senza edulcorarlo, come ha fatto Brecht, per prenderne la lezione… Ecco, il rischio che si corre quando si sceglie di affrontare sulla scena un grande personaggio femminile è quello di doverne in primo luogo affermare la legittimità, mettendo implicitamente le donne in una “categoria protetta”. E di farne più o meno intenzionalmente un’icona, che è esattamente l’opposto di quello che cerco di creare con il mio lavoro.
La tournée teatrale, un nuovo film, le tue ricerche… Quando ti fermi cosa fai per rilassarti? Insomma, ci vai ancora in vacanza?

La verità? Sono sedentario, poco propenso a viaggiare, lo faccio sempre meno… Il mio ideale di vacanza è circoscrivere un lembo di terra e cominciare a vagarlo. Magari livellandolo, tirando su un muretto a secco, cambiando il profilo di un pezzetto di collina. Quindi la mia “mission” è quella di svegliarmi la mattina in competizione con il contadino a fianco. Per dimostrargli che io “cittadino”, quando sono in campagna, vado a lavorare quei tre minuti prima dell’alba, quando arriva lui. Ohilà Marco… ohilà Bepi… Basta, non dobbiamo dirci altro durante l’intera giornata. Ma deve avermi visto sul campo prima di lui, ne va della mia reputazione. Ecco, vacanze terribilmente impegnative le mie, non vedo l’ora che finiscano per tornare a lavorare. Perché io faccio un lavoro in cui, per lo più, ci si diverte.Marco Paolini è tornato a vivere in Veneto. Lavora con la moglie e agente Michela Signori, dividendosi tra Mira, in provincia di Venezia, e Padova, dove ha il suo quartier generale la sua Jolefilm, factory artigianale, ma a vocazione globale. E’ attiva sia nel teatro e negli eventi tv da esso generati (il 4 marzo, alle ore 21, il canale LaEffe manderà in onda “La macchina del capo”, lo spettacolo dedicato all’infanzia, mentre l’11, alla stessa ora, Album d’Aprile, dedicato al rugby e agli anni ‘70) che nei documentari e in alcuni lungometraggi, tra cui i film di Andrea Segre “Io sono li” e “Prima neve”, usciti nelle sale e presentati al festival di Venezia.

Io Donna (Web)

Paolo Crespi

Share →