05 febbraio 2008

La “meglio gioventù” di Marco Paolini giocava a rugby e faceva squadra davvero, soprattutto per difendere la Iole del bar che andava sotto il palco del comiziante fascistone a dirgliene quattro. Ma poi scoppiavano le bombe e la polizia caricava i buoni, o qualcosa del genere. Ed era aprile, quando sarebbe stato belle lasciar andare gli ormoni e invece la vita e la storia presentavano il conto. In una curiosa manovra di appoggio alla partenza del prestigioso “Sei Nazioni” di rugby, La 7 ha trasmesso in diretta venerdì il lungo recital del campionissimo dei nostri racconti e delle nostre storie. Quasi tre ore filate interrotte da nulla, l’“Album d’aprile” di Paolini inversione appena aggiornata era il consueto trascinante in vita a mettersi in poltrona, nascondere il telecomando e smettere di sperare negli spot: roba da far inorridire qualunque praticante della moderna tv, quella che da almeno vent’anni non riesce a dare un segnale decente al (o del) paese. La questione del rugby funziona da allegoria quasi impeccabile, la squadra dei quindici giovanotti degli anni Settanta che scoprono che la facezia del mettere i fiori nei cannoni (decennio precedente) fa sì che, appena ci provi, quelli dall’altra parte ti sparano addosso, col cannone. E che la vita somiglia assai invece a certi inquietanti ‘terzo tempo” da poco in vigore nel calcio, dove ci si stringe forte la mano sperando di far male all’altro. Il terzo tempo del rugby appartiene invece al sogno e ai fortunati che ci credono. Scaldava l’anima il contrappunto musicale di Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, con un pugno di canzoni (Clash, Tom Waits, Joy Division, Dylan) da vera antologia.

La Repubblica

Antonio Dipollina

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