26 gennaio 2016

Il nostro è un Teatro civile. Da sempre lo è stato, sin dall`inizio. Un Teatro che si occupa dei problemi della gente. Che riflette sugli eventi quotidiani: di natura politica, economica, o dei diritti civili, l`ingiustizia o la discriminazione basata sul sesso o la manipolazione dell`opinione pubblica. Non inventiamo niente per quanto riguarda i contenuti del nostro Teatro. Sono tutte cose già presenti nella società e nella cultura che ci sta attorno. Fatti o eventi di cui la società ha bisogno di discutere, ma quest`esigenza non riesce a venire alla luce. Il nostro Teatro, in chiave comica, satirica e grottesca, è la sintesi o la reinvenzione fantastica di ciò che esiste già.

Franca Rame

MODENA – Marco Paolini è autore e interprete di Ballata di uomini e cani insieme ai musicisti Lorenzo Monguzzi, Angelo Baselli e Gianluca Casadei. Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Storchi di Modena è un tributo allo scrittore statunitense Jack London. Nella consolidata forma di teatro di narrazione, di cui Marco Paolini è da ormai quarant’anni uno dei maggiori esponenti, la musica e le parole diventano l’immaginazione mentale del pubblico-lettore in una vera e propria métarécit. Il protagonista è immerso in una location teatrale idealizzata del mondo narrativo di Jack Griffith Chaney London: barili e taniche, al centro della scena, circondano e sostengono una grande tavola in legno praticabile e accessibile da due scale laterali, sospese sul fondale, altrettante taniche compongono una tastiera da computer resa reale con la proiezione di luci e animazioni. Un vero e proprio background di ispirazione folk americana e irlandese ben definita dalla presenza dei musicisti in scena.

@Marco Caselli Nirmal

@Marco Caselli Nirmal

Un primo fascio di luce arancione ricrea l’orizzonte del primo racconto dell’autore che, con una semplice premessa: «Non sono io. Io stasera sono Jack London», diventa trasfigurazione dello scrittore attraverso un’impostazione vocale e comportamentale già avvenuta nel retroscena.  Si presenta e racconta le sue prime sbornie all’età di quattro anni – oggettivate dalla presenza dei barili di birra – e la sua vita di scrittore e viaggiatore, fino ad esaurirsi nei tre racconti dell’intera messa in scena. Lo spettacolo è privo di intervalli ma ben suddiviso dai titoli riportati sulla tastiera scenica: Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco. Sono tre distinti episodi ma sono anche i coprotagonisti di un rapporto conflittuale tra cane e padrone. Due punti di vista che entrano in contrasto con gli avvenimenti narrati. Il confine tra i fatti dell’autore di Zanna Bianca e Il richiamo della foresta e quelli dell’autore di Ballata di uomini e cani è davvero sottile: il filo della narrazione è lineare e coinvolgente. Ciò che riguarda la vita di Jack London nel panorama storico di fine Ottocento si confonde, in un brillante gioco verbale, musicale e visivo, con la drammaturgia di Marco Paolini.

@Marco Caselli Nirmal

@Marco Caselli Nirmal

L’elemento musicale è determinante all’interno della narrazione. Attraverso molteplici strumenti musicali, dalla chitarra classica all’armonica fino al clarinetto, si ricrea la suggestiva ambientazione del racconto. Oltre alle musiche dal vivo vi sono anche suoni onomatopeici complementari alla narrazione, come l’ululato, il crepitio, l’affilatura di coltelli, il respiro del lupo, grazie anche alle luci arancioni del primo racconto, e rosse del secondo e del terzo.
Per far fede al mood dei cercatori di oro del Klondike è stata scelta una musica meticcia, frutto di diverse provenienze dei protagonisti della narrazione. Infatti, il genere delle musiche – nelle parole di Lorenzo Monguzzi – comprende varie influenze e suggestioni anche distanti l’una dall’altra. La musica folk americana, le ballate irlandesi, il blues, qualche citazione operistica camuffata, come quella di Verdi, e infine due canzoni dello stesso Monguzzi che intervallano le tre storie e aiutano il cambio abito “a vista” dell’interprete Marco Paolini.

La linea drammaturgica, invece, è volta a determinare una serie di riflessioni sul rapporto cane/lupo-padrone mettendo in ridicolo il comportamento dell’uno e dell’altro. Tale aspetto riflette, attraverso la metafora e il ritmo musicale, la posizione dell’uomo moderno, prima socialista, poi fascista e infine anarchico, che si scontra con la società del periodo. Lo spettacolo subisce un acceleramento e dei momenti di forte suspence – come accade nella lettura di un libro – a partire dal terzo e ultimo racconto, quando la luce rossa del fondale e delle taniche si accentua e interviene il suono di un campanello sulla scena, trasformando l’amore conflittuale tra il cane e il padrone in un odio che tende al canicidio. Tentativi di questo tipo si mescolano con interrogativi onniscienti da parte dell’autore-attore che esce e rientra dal libro come dalla volontà di Natura in cui è costretto. Una rappresentazione ironica della condizione dell’uomo ma anche dell’animale che rotola verso un finale che cambia le intenzioni del protagonista e, infine, anche il suo stesso punto di vista.

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Flavia Altomonte

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