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Intervista: «NON ACCETTO UN MONDO COSTRUITO SUL PROFITTO»

MARCO PAOLINI. L'ATTORE TORNA AL CINEMA CON IL FILM DI DENUNCIA EFFETTO DOMINO AMBIENTATO NEL NORD-EST

«IL FALLIMENTO DI UN'IMPRESA VIENE VISTO SOLO COME UN INCIDENTE DI PERCORSO. MA IO HO UN FIGLIO PICCOLO. E QUINDI VOGLIO COMBATTERE QUESTO CINISMO»

«Fermarsi vuol dire perdere tutto», ripete la voce narrante di Effetto domino. È il verbo del capitalismo nel mondo globalizzato di oggi dove, dice Marco Paolini, «il fallimento di un'impresa nelle università viene raccontato solo come un incidente di percorso. Se l'idea di partenza era buona, ci penserà qualcun altro a realizzarla». Ciò che conta, appunto, è che il meccanismo del profitto non si arresti mai e se qualcuno, quasi sempre i più piccoli e deboli, ne esce stritolato, il fatto viene considerato come un effetto collaterale inevitabile. Il film di Alessandro Rossetto, liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Romolo Bugaro, sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia il 2 settembre, per approdare poi nelle sale il giorno dopo. Il protagonista è un piccolo imprenditore edile veneto, Franco Ram-pazzo (Diego Ribon) che, con l'amico geometra, si lancia in un progetto molto ambizioso: acquista vecchi alberghi abbandonati per trasformarli in residence di lusso per anziani facoltosi provenienti da tutto il mondo. Tutto all'inizio sembra procedere per il meglio: arrivano finanziatori, anche dall'Estremo Oriente, e i cantieri partono. Ma improvvisamente una banca ritira il suo credito, innescando un effetto domino che travolge tutti: Rampazzo non riesce a riscuotere alcuni crediti che Io rimetterebbero in carreggiata e si ritrova con operai e fornitori da pagare. Anche in famiglia esplodono le tensioni con la moglie e le due giovani figlie. Rampazzo ignora di essere finito in un gioco molto più grande di lui, di essere solo una pedina nelle mani di Vockler, un oscuro e potente banchiere interpretato da Paolini.

Lei ha conosciuto persone come Rampazzo?
«Tantissime. Così come ho visto operai che non si rassegnavano alla chiusura o alla delocalizzazione della loro azienda e tentavano di inventare soluzioni alternative, come l'autogestione. E a volte questi tentativi sono andati a buon fine».

Se è successo, è perché queste persone sono riuscite a non strappare un tessuto di solidarietà che le teneva unite, anche nei momenti difficili. Nel film invece tutti sembrano essere soli e disposti perfino a tradirsi a vicenda pur di salvarsi...
«Si capisce che Rampazzo ha sudato duramente per avere ciò che ha. Di fronte alla prospettiva di perdere tutto si scatena una guerra che non risparmia nemmeno la sua stessa famiglia. In un sistema dove la concorrenza è esasperata, dove le banche fanno finanza allo scopo di assicurare la massima redditività agli azionisti anziché fare credito per far partire e sostenere le aziende, una boccata d'ossigeno per un imprenditore può significare il tra-collo di un altro. Sono veneto anch'io e nelle mie terre c'era l'idea che le cose andavano fatte bene, così ci si ritrova-va a essere parte della stessa comunità. Ora si cerca di arrivare a fine mese, costi quel che costi».

Quindi il fallimento non è visto come un incidente di percorso...
«No, è un marchio di infamia che ti porti dietro. Però nel film il regista ha cercato di non assecondare il cinismo che racconta, mantenendo uno sguardo compassionevole e di speranza verso i personaggi, specie i più giovani».

L'idea di una "città dei vecchi" come quella descritta nel film potrebbe essere realizzata davvero?
«Ci sono già. In Nepal, camminando intorno al Karakorum, ho incontrato anziani giapponesi per i quali sono stati costruiti villaggi interi. E so di esperienze simili in altre parti del mondo. Gli ospiti di queste strutture hanno tutto ciò di cui hanno bisogno, compresa un'ottima assistenza sanitaria, e non gradiscono visite. In alcuni villaggi è espressamente vietato l'ingresso ai bambini. Per questi anziani vivere li diventa come una vacanza senza fine. Di sicuro, l'allungamento della vita offre già ora prospettive di business molto appetibili».

Lei ha un figlio di quattro anni. Nel film la voce narrante dice che nel 2050 gli anziani saranno più giovani. Che mondo sarà? È preoccupato per il futuro del suo bambino?
«No. Quel dato fa riferimento a proiezioni che riguardano l'Italia e in generale il mondo occidentale. É un discorso che non vale per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, peri quali non si può prevedere in modo attendibile cosa succederà. In ogni caso il mio atteggiamento verso il futuro è di sana preoccupazione, ma non di rassegnazione. Io non ci sto a far parte di quelli che pensano di essere fortunati perché sono nati prima di questa generazione. Il pensiero di avere un figlio così piccolo mi responsabilizza, ma non mi dà angoscia. Mi dà solo voglia di combattere per lui».

 

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