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CORRIERE DEL VENETO – UN’ALBA DI NOTTE IN VETTA

Nell'aria notturna e perlacea, una marcia silenziosa, raccolta come in processione, stila lungo i sentieri che, da San Martino di Castrozza, portano all'altopiano della Rosetta, nel cuore delle Pale di San Martino. Una salita lenta, nel blu, polveroso e palpitante, di una notte altissima e ingannevolmente colorata da una luna quasi piena. A tratti, casualmente, il tenue bagliore di qualche torcia rischiara, nei prati e lungo il ripido sentiero in salita, indecifrabili e piccoli fiori bianchi, stelle alpine, salvia selvatica e genzianelle. Le pareti rocciose di accesso alle Pale incombono e galleggiano nel buio come i profili giganteschi e prodigiosi di idoli, ammansiti e domi, nei cambi repentini di luci e ombre nell'oscurità. E’ iniziato così, la notte scorsa, l'omaggio dei tanti appassionati delle Dolomiti e delle Pale di San Martino a Dino Buzzati, lo scrittore bellunese che ha saputo essere anima, cronista e interprete di quei luoghi, e di cui quest'anno ricorre il centenario della sua nascita.
Un omaggio che la rassegna «Alba delle Dolomiti», giunta alla sua terza edizione all'interno del festival trentino «I suoni delle Dolomiti», quest'anno ha affidato alle voci venete, narranti e musicali, di Marco Paolini e del violoncellista Mario Brunello, insieme al canto di Francesca Breschi e alle improvvisazioni creative del trombettista Paolo Fresca. E’ la prima, delle tre albe, dedicate a Buzzati, che da giovedì a sabato intrecceranno musica e letteratura.
Rifugio Rosetta Giovanni Pedrotti, quota 2578 metri. Vibrano le prime luci dell'alba e l'interminabile spazio luminoso si tinge delicatamente di rosa, di giallo e arancio, in un riflesso che sembra evaporato dalle pietrificazioni viventi, dai coralli, dalle conchiglie e dai materiali arcobalenici e franosi delle dolomie. Il sole sorge da quella che Buzzati ha definito «la muraglia di roccia più bella delle Alpi», dal Civetta, e la montagna inizia a suonare in uno dei più grandi scenari dolomitici in cui ogni cima sembra essere chiamata in un solenne e canoro appello universale. Il violoncello di Mario Brunello e l'intensa voce di Francesca Breschi introducono le letture buzzatiane di Marco Paolini che, fin oltre le sette del mattino, dialogano, quasi in amichevole improvvisazione jazzistica e sentimentale, con la tromba di Paolo Fresu, davanti a più di ottocento persone che durante la notte hanno risalito quei sentieri tanto cari a Buzzati.
In uno scenario roccioso, simile ad un cratere lunare, rivive, tra sonorità liquide e metafisiche, che si riverberano in un inesauribile gioco di echi, le atmosfere equivoche di attesa e sospensione che hanno segnato il capolavoro dello scrittore bellunese, “Il deserto dei tartari”, concepito proprio sul pietroso altopiano. La Fortezza Bastiani, nella lettura di Paolini, diventa una sorta di corridoio e compagine del disordine; il luogo degli espulsi e degli eletti; confine incerto tra quella che è la presenza in una vita autentica o in una semplice conta delle ore che passano impersonali e senza domani. La Fortezza Bastiani è una metafora della vita dove uno stesso luogo può diventare caserma, reggia dimenticata, casa, monastero, o più semplicemente deserto.
All'omaggio in gran parte dedicato al grande romanzo buzzatiano, Paolini aggiunge la lettura di un lontano e quasi dimenticato articolo del 1956 apparso sul Corriere della Sera, dal titolo «Ma le Dolomiti cosa sono?». È indiscutibilmente una delle pagine più belle che Buzzatì ha dedicato alle sue montagne, dove i colori, le trasformazioni, celesti e abissali, i profili intangibili, grotteschi e infernali, sono anche corse dì arcobaleni, tra fondi neri e approdi rosati, essenze minerali e cristalline. Una sorta di dizionario enciclopedico sulla poesia delle Dolomiti che, ancora una volta, la tromba di Fresu ha saputo commentare con preziose note sonore a piè di pagina.
Il sole è ormai alto e Marco Paolini, Francesca Breschi, Mario Brunello e Paolo Fresu si congedano dal pubblico con la leggerezza e la cordialità di chi in un momento di riposo ha incontrato delle persone disposte a fare con loro qualche riflessione, magari qualche confidenza, per un garbato arrivederci. E le montagne per qualche ora sono diventate una naturale cassa armonica e apertura dell’abitare umano meravigliato, tornano ai loro silenzi, ai loro segreti, e viandanti si disperdono per i sentieri che dall’altopiano si irragiano come tante metafore per le vie del mondo.

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