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Corriere della Sera (Bologna) – Sos per il Duse

Era zeppo di spettatori giovedì sera il teatro Duse. Aspettavano l’entrata di Marco Paolini, il grande attore-narratore capace di interpretare in teatro il presente e di scavare nel passato. La scena era avvolta in una luce azzurra, intima, quella che avrebbe scandito molte atmosfere del suo ultimo spettacolo “La macchina del capo”. Entra, l’attore veneto, con il chitarrista, Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, che lo accompagnerà. Le luci calano. E parte, nel silenzio intento, lo spettacolo. Paolini non si smentisce. Da artista e uomo che lavora sulla memoria, quella personale e quella collettiva, con uno sguardo ai conflitti del nostro tempo, le sue prime parole non sono scritte nel copione. Riguardano il Duse, il luogo dove tante volte ha recitato, vogliono scuotere la nostra città e il modo in cui essa considera, tratta la cultura.
“Bologna dieci anni fa, nel Duemila, era la capitale europea della cultura e oggi lascia che a fine anno chiuda uno dei suoi teatri, il Duse”. È un appello scandito, sentito, quello che l’autore di “Vajont” e di altri drammi civili rivolge a tutti. “Io amo i teatri della vostra città. Sono stato al Duse, all’Arena del Sole, alla Baracca, in anni più lontani al Teatro di Leo. Ma stasera sono qui perché mi piace questo palcoscenico, il suo pubblico e non voglio che chiuda. Un teatro non è solo un contenitore. È un luogo vivo, fatto di gente che vi lavora, che vi mette una grande cura. Guardate quelle staffe, sulla balconata, che reggono i riflettori. In certi spazi sono messe a caso, stridono con l’architettura. Qui tutto respira una stessa parola, passione, cura”. Non manca l’ironia: “Una bella femmina, Bologna, l’ho sempre considerata così. Ma gli attributi... Dove sono finiti gli attributi?”. Un grande applauso, enorme, un abbraccio al teatro e alla sua gente. “Senti, Marco (Montanari, ndr). Siamo con voi”. E poi partono due ore di spettacolo intenso, divertente, un viaggio nell’infanzia, in un lontano 1964 speso tra scuola, campetto di calcio, colonie, autoscontri, ricordi, ricordi, ricordi che diventano materia palpabile, qualcosa di personale che riguarda tutti, come le emozioni condivise in quella sala da anni, da generazioni. Una carezza alla fantasia, una lettera a tutti noi piena di intelligenza, arte dell’osservazione, capacità di coinvolgimento che muove qualcosa di semplice, divertente, profondo. Facendoci incontrare con qualcosa di smarrito.
Oggi il direttore del Duse, Marco Montanari, ha ribadito il legame tra Paolini e il Duse. L’attore ha voluto iniziare la tournée proprio dal teatro che l’Ente Teatrale Italiano vuole dismettere e che nessuno sembra voglia tenere in vita, al di là delle parole.

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