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Corriere della sera – Liberi ragazzi di provincia negli anni ’60

Chi ama i libri di Luigi Meneghello (io li amo molto, e da molto tempo) non può perdere "Liberi tutti" con cui si conclude una trilogia di monologhi intitolata, dal nome dell'autore-interprete, "Gli album di Marco Paolini".

Non ho visto gli altri due (del primo si è occupata giorni fa, sulle pagine del Corriere, Magda Poli) ma suppongo che non esista, fra quelli e questo, soluzione di continuità espressiva, e sia dunque legittimo accostarli tutti, idealmente, allo spettacolo che il Laboratorio Teatro Settimo (di cui Paolini fa parte) ha ricavato nell'89 da "Libera nos a malo".

La differenza è che in quel caso si trattava di una derivazione esplicita, mentre qui la consonanza con i temi, la lingua e lo stile dello scrittore vicentino appare come il risultato di una interiorizzazione a dir poco sorprendente.

Faccio un solo esempio: quando Paolini in "Liberi tutti" distingue le imprese ciclistiche "in città" da quelle "sui pericoli", non cita - almeno credo - Meneghello ma "fa" del Meneghello...

L'interesse dello spettacolo non si esaurisce peraltro, sia ben chiaro, nella singolarità di questa mimesi. Il monologo, che Paolini ha scritto e messo in scena con la collaborazione di Gabriele Vacis e che racconta le gesta epico-comiche di un gruppo di ragazzi nella profonda provincia veneta fra il '67 e il '73, si fa godere in ogni momento per la vivezza dei dettagli, la precisione dei ritmi, la fluidità del montaggio e infine (ma è il caso di aggiungere: non da ultimo) per l'instancabile bravura gestuale e vocale dell'interprete, capace di dar vita e senso, senza bisogno di plateali fregolismi, a un'intera folla di personaggi.

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