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Corriere della Sera – L’Italia non ha capito la lezione del Vajont

La denuncia di Marco Paolini: serve responsabilità "La Tav' Rispetto una popolazione che non subisce".

Camicia verde sopra una maglietta scura, jeans neri, polacchine ai piedi, barba di due giorni. Manca il microfono davanti alla bocca, per il resto il Marco Paolini che ieri sera ha incontrato il suo pubblico in via Solferino a Milano è quello che facciamo la fila per andare a sentire a teatro. Anzi, ascoltare, senza perdere una battuta, per ore. La voce del campione dei monologhi - dal Vajont a Ustica - anche senza i trucchi del teatro, ha ipnotizzato studenti e pensionate fino alle otto di sera. E per una volta l'attore che racconta l'Italia con lo spessore di uno storico e il ritmo di un cronista ha raccontato anche se stesso. Intanto si è dato una definizione: «Faccio manutenzione, il mio è un lavoro di restauro e di manutenzione, del pensiero, della memoria». Poi cita Pasolini: «Vago in cerca di fratelli». E spiega: «Le forti tragedie legano le persone, creano identità, fratellanza. Ma poi bisogna imparare a prendere la responsabilità delle scelte». L'Italia deve capirla la lezione del Vajont, come quella di Ustica o del Petrolchimico. «La politica oggi è a responsabilità limitata, nel tempo, quello di una legislatura. Dobbiamo imparare ad affrontare i problemi, a scegliere». Parla di responsabilità rispondendo a una domanda sulla Val di Susa e il popolo no-Tav: «Ho sentito al telegiornale che sarei un loro testimonial. Non prendo posizioni pubbliche su questo né su altro. Non parlo mai delle cose che accadono mentre accadono, anche perché penso sempre di non saperne abbastanza. Posso soltanto dirvi che a prescindere dalla mia opinione ho profondo rispetto per una popolazione che non subisce, ma è protagonista della sua storia».

Imparare a scegliere e imparare dalle storie. La sua tecnica di narrazione, irripetibile, Paolini la spiega con la semplicità dei fuoriclasse: consiste nel «mandare in vacca, senza mandare a puttane». Così inchiodò gli italiani davanti alla tivù una sera di ottobre del '97 («grazie a Freccero che quella sera ha scelto di mandare in onda il mio lavoro»), raccontando per tre ore, senza pubblicità, la tragedia del Vajont. Scommessa stravinta, da quella volta le serate a teatro con Paolini fanno il tutto esaurito. È successo con Ustica, con i Bestiari, con Parlamento chimico, accade ormai puntualmente ogni volta che va in scena. Due anni fa Milena Gabanelli l'ha voluto come partner per una serie di Report, su Raitre: un monologo di Paolini apriva ogni puntata. Dal teatro alla tv, la popolarità si moltiplica. E lui sorride: «Sul mio lavoro ci sono studenti che fanno le tesi, ne hanno fatta anche una di geologia per il Vajont». Veneto, classe '56, figlio di un ferroviere e sindacalista della Cgil, al quarto anno di Agraria ha lasciato l'università per il teatro. E oggi del suo talento dice: «Se ce l'ho ci ho messo 35 anni a scoprirlo».

Il pubblico se lo beve. Il concentrato del popolo di Paolini che ieri sera ha affollato la sala Montanelli al «Corriere» (presentazione del vicedirettore Pierluigi Battista e dello scrittore Gian Antonio Stella) sembrava impaziente e curioso. «A gennaio fino a primavera riprendo Il sergente e in estate lo farò sull'Adamello e ad Asiago, senza luci, senza orpelli». Ma la domanda era un'altra. Paolini farà sempre Paolini? «Mi piace prendere strade diverse, più o meno dentro il teatro o la musica, magari verso Springsteen o Gaber, De André o Celentano. Una fonte segreta del mio lavoro, ve lo dico, è Paolo Poli, non è uno che fa parlare di sé fuori del teatro ma è una mosca bianca, andatelo a vedere finché c'è».

Ancora una domanda, sulla censura: «Quando vengo a teatro alla fine mi chiedo se quella di Paolini è tutta la verità». Lui risponde: «Oggi il problema è piuttosto quello dell'autocensura. Personalmente ho una società che dà lavoro a un pool di giovani avvocati impegnati a tutelarmi dagli attacchi di chi non la pensa come me».

L'intenzione è andare avanti, con il teatro civile, con Paolini che fa Paolini. «Vorrei che l'Italia non mi fornisse più storie su cui lavorare. Ma...». E ritorna sull'importanza del racconto: «Dobbiamo appassionarci alle storie, perché è da queste che impariamo a risolvere i problemi. Mi preoccupa come ci raccontiamo le cose che abbiamo vissuto, raccontarle bene significa imparare a vivere meglio».

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