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Corriere della sera – Paolini "vince" rinunciando a tutto

“Storie di plastica”: una straordinaria narrazione sull’Italia e sulla morte

A Castiglioncello la prima “prova di racconto” dedicata alla strage e al processo del Petrolchimico

Marco Paolini non è solo un grande interprete della nostra scena teatrale; è anche un grande storico in lotta. Con Storie di plastica , di cui è autore insieme a Francesco Niccolini, rispetto a prove prestigiose come le sue precedenti, dedicate al Vajont o alla Venezia dei giorni nostri, siamo di fronte a un salto di qualità. Per un motivo: Storie di plastica mostra un’ampiezza tematica incomparabile; abbraccia la storia d’Italia del XX secolo; collegando Vajont e Venezia racconta la nascita della siderurgia (a Porto Marghera); svela i retroscena politico-finanziari da Caporetto a Tangentopoli che ad essa presiedono; pronuncia la definitiva condanna morale riguardo agli effetti del- le nozze fra la chimica e il petrolio: la produzione di quel figlio da tutti ritenuto buono e in verità cattivo, addirittura pessimo: la plastica. Dopo tanto tempo che si è letto un testo, o visto uno spettacolo, ciò che ne rimane nella memoria è appunto il suo tema (o la sua figura). Il che non implica una non-crucialità del modo in cui esso giunge a noi, lettori o spettatori. Tutto il contrario. Assistendo alla prima delle “prove di racconto” del nuovo non-spettacolo di Paolini, il meccanismo evolutivo della sua forma narrativa è chiarissimo. In alcune anteprime di queste stesse prove, dedicate a studenti e a operai di Rosignano (lo spettacolo è prodotto da Armunia e va in scena fino a domani al castello Pasquini di Castiglioncello, sotto un tendone ma davanti a un palcoscenico lungo e profondo, sul quale Paolini non sale mai, come quei maestri alla don Milani che preferiscono girare tra i banchi dove siedono ascoltatori spasmodicamente tesi), in alcune anteprime, dicevo, l’attacco era sempre diverso. Ora si partiva dal principio, da Marinetti e dalle sue corbellerie fascistoidi, i suoi volantini sulla nuova Venezia, la sua poesia-propaganda. Ora si partiva da quella tutta speciale (e tutta mortale) fabbrica che è Porto Marghera: una fabbrica senza confini, una fabbrica dentro un’altra fabbrica, in cui non si fuma e non si dorme. Ma quale che sia l’incipit, ciò che conta è che Paolini da un punto di vista espressivo non è niente di speciale, ha rinunciato a tutto, nessun lenocinio, nessuna coloritura, insomma nessun elemento di spettacolo. Egli non è altro che un narratore orale, il più puro narratore che l’ideologia della narrazione, dominante negli ultimi vent’anni, abbia prodotto la cultura italiana. Di fronte a lui i comici toscani, da Pieraccioni a Benigni, risultano buffoneschi; e un tipo come Baricco del tutto ridondante. Si può dire che è alle spalle perfino l’eredità di Dario Fo. Fo non ha rinunciato mai. Paolini ha rinunciato: questa è la somma differenza stilistica tra i due.
Paolini è lì, in piedi o seduto; con il suo maglione sotto la giacca, per proteggersi dal freddo della sera autunnale; e si limita di tanto in tanto a controllare una data sui suoi fogli. Ma il suo passo da maratoneta è commovente e sconvolgente, poiché è sconvolgente ciò che racconta, il male che ricostruisce e contro cui lotta. Si può stabilire un’equazione tra società capitalistico-industriale e società criminale. Questo, la morte di cento e mille operai, il prezzo che paghiamo alla modernizzazione, ossia all’uso omertoso e corporativo che di essa facciamo mentre denunciamo i mali delle modernizzazioni altrui.
Il nostro male italiano, infine, ha un nome specifico. Lo si desume dalla deposizione di Eugenio Cefis al processo per strage ambientale determinato dagli impianti di Porto Marghera. Si tratta di un vecchio nome, formalismo, che usiamo in tanti altri settori della nostra esperienza: ma che nella vita politica, amministrativa e burocratica si rivela letale, tutt’altro che formale. A esso non si può opporre altro che, appunto, un non-spettacolo: come la stessa vita, in divenire e senza fine, senza forma alcuna e irriducibile nella volontà di lotta, cioè di critica.

L'AUTORE INTERPRETE
“Non darò tregua a nessuno, no a condizionamenti”
Nella parte finale dello spettacolo, che dura due ore e mezzo, Marco Paolini accusa la stanchezza e lascia affiorare una drammaticità che prima veniva tenuta a bada. Stanchezza e drammaticità vanno insieme. Saluta tutti con un semplice “ciao”. Non rimane neppure per gli applausi. Il pubblico, nonostante il freddo, non ha battuto ciglio, nessuno si è mosso di un millimetro. Erano tutti giovani: che alla fine della performance hanno atteso Paolini fuori del tendone. Qualcuno ha provato a fare delle domande. La materia era ostica e sconosciuta ai più. Ma l’esposizione era chiarissima ed era naturale cercare di approfondire la faccenda. Sembra quasi impossibile che Paolini, dopo una fatica come quella che ha appena sostenuto, stia ancora lì, a parlare: del petrolchimico, del teatro, delle trasformazioni sociali che sente sopraggiungere. “Adesso queste mie storie sulla plastica le lascio riposare un poco. Riprendo lo spettacolo su Ustica. Poi me ne vado in Francia. Quando torno, ricomincio. Non voglio dare tregua a nessuno. Prima di tutto a me stesso, non voglio concedere alibi. Del resto, lo sapete: il sistema teatrale italiano è quello che è, io ho sciolto la mia compagnia più di un anno fa, non ne ricostituirò mai nessuna. Non voglio nessun condizionamento, né pubblico né privato”.

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