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Corriere della Sera – Sulla tangenziale c’è Marco Polo

TEATRO "Il Milione (Quaderno veneziano)"

Bloccato, in coda, sulla tangenziale di Mestre. Davanti il muro di macchine: dov'è il mare?: "Fatemi vedere il mare! Sono a secco di benzina e di acqua, con tutti i 120 cavalli della mia auto fermi". Qui parte il viaggio di Marco Paolini intorno al pianeta Venezia, crocevia di carovane, caravanserraglio di culture, storie, maschere e dialetti.

L'autore-attore, reduce dal successo televisivo del suo "Vajont", spettacolo-evento sulla tragica vicenda della diga crollata negli anni Sessanta, si ripropone solo in palcoscenico, com'era solo in tv: è nel suo stile. Per fondale, una cartina geografica della zona interessata, o piuttosto, un'antica mappa che evoca i tratti e i colori delle pergamene. E lui, il protagonista, un Arlecchino in tinta unita (ma Goldoni non c'entra), che riempie la scena, tramutando le parole in immagini, i gesti in oggetti.

"Nel nome di Venezia, anche la cosa più sciocca diventa importante: Gianni De Michelis": la stoccata è bonaria, ma incisiva per dare il via a un itinerario a singhiozzo, che svicola o inciampa nella più variopinta umanità, tra calli, campielli, fondachi, barche in secca e maree che salgono e non scendono mai.

Marco Paolini è Marco Polo ("Avevo il pallino sin da ragazzino…"), ma il testo originale del "Milione" non è l'unica fonte di ispirazione: il viaggiatore naviga da "Venezia scomparsa" di Alvise Zorzi a "Storia di Venezia" di Friederic Lane; da "Microcosmi", l'ultimo libro di Claudio Magris, premio Strega, al futurista "Contro Venezia passatista" di Marinetti; e poi ci sono, tra gli altri, anche "Moby Dick" di Melville e "Dove volano i leoni" di Gianfranco Bettin. Un'affabulazione di quasi tre ore in otto movimenti, con prologo ed epilogo.

Si parte, dicevamo, dalla tangenziale. Ma il primo ricordo riporta all'infanzia: i cavallini "sempre imbizzarriti" di Murano, 'souvenir' di viaggi di nozze, inesorabili quanto le gondole, soprammobili a rischio di caduta continua, che il bambino Marco tiene d'occhio per decretarne la fine.

Poi, una "falsa partenza": il nostro eroe a bordo di un aereo in decollo dall'aeroporto di Venezia, neanche a dirlo, il "Marco Polo". Rullano i tamburi, le hostess ripetono la pantomima dei sistemi di sicurezza ("Ma quale sicurezza?"), fugge via la laguna dai finestrini. "Fermo, blocca tutto, frena…", urla il nostro al pilota. Attacco di panico? Paura di volare? "Noo! Devo scendere". E scende davvero, sotto gli occhi puntati di tutti i passeggeri increduli, per ritrovarsi naufrago, nel fango-fogna che circonda la Serenissima.

Si fa per dire, Serenissima. Passiamo infatti all'"industria pesante" del turismo. Il mercato della cultura, chiese, musei e ristoranti a menù fisso, è il souk delle razze, il bazar delle lingue, il caos del "tutto compreso".

"Trecentosessantaquattro ponti: credi di andare a Venezia, una città che galleggia, una città piana: trovi solo ponti. Dice: "È una città a misura d'uomo…di chi? di Rambo?". E poi, i giapponesi, i vaporetti, l'acqua alta che cresce sempre: alla fine, la riconquista della terraferma e il sollievo di togliersi le scarpe.

Marco Paolini: il gusto del narratore solitario. Ma bastano una sua smorfia, un cenno, una sillaba appena abbozzata, che una moltitudine di facce, di suoni, di idiomi si materializza intorno a lui: lo circonda e lo ingoia.

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