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Corriere delle Alpi – Un inno all’acqua vagabonda

“E’ di tutti come l’aria, ma c’è chi la vuol far diventare business”

Racconti e poesie musiche e canzoni Per essere più «sani»

Sani. A Marco Paolini è bastata una sola parola per stabilire subito un contatto diretto con il pubblico che non è mancato all’appuntamento con “Song n 32. Concerto variabile”, l’evento culturale e artistico di alta qualità, organizzato dal Parco nazionale Dolomiti Bellunesi, in collaborazione con l'Ecoistituto di Bolzano, le amministrazioni comunali di Gosaldo e Sospirolo e numerose associazioni di volontariato locali, per celebrare il decimo anniversario del Parco e l'Anno internazionale dell'Acqua. Accompagnato dal trio musicale "I Mercanti di Liquore", Paolini ha incontrato ancora una volta i bellunesi per coinvolgerli in quello che, come ha precisato lui stesso, «non era una storia, ma un concerto, in cui ci sono cose che ognuno prende senza dover necessariamente comprendere tutto».

Un concerto insolito, a partire dalla scenografia, costituita da un lago del Mis reso quasi irriconoscibile dalla mancanza d'acqua, e proprio per questo scelto dagli organizzatori come luogo ideale per un confronto collettivo e una riflessione sull'utilizzo delle risorse idriche, non solo in ambito locale, ma anche in una dimensione globale.

Ma il Mis non è solo un lago. E' anche un canale, «un canale fisico, che non è uno di quei 999 canali televisivi tra i quali siamo abituati a muoverci», ha osservato Paolini. «Un canale può essere qualcos'altro, può essere qualcosa che unisce».

Proprio come ha fatto Paolini, che attraverso modalità espressive diverse, ha accompagnato il pubblico nella ricerca della propria identità: quella "razza Piave" che non deve diventare una bestemmia e di cui non ci si deve vergognare. Un'identità che nasce dal mescolarsi di memorie personali, con i ricordi dei giochi d'infanzia, e memorie collettive, dai canti tradizionali che ci legano alla storia dei nostri luoghi, alle grandi tragedie che hanno segnato il passato delle nostre terre.

Racconti e poesie, frammenti e ricordi, musiche e canzoni, sono diventati lo strumento più adatto per presentare al pubblico, decisamente vario, il ritratto dell'Italia, che altro non è che una «repubblica basata sulla polenta e sul catering, come insegna la Resistenza». Attraverso le parole di autori italiani da Fabrizio De André a Erri De Luca, da Mario Rigoni Stern a Gianni Rodari, le cui poesie e filastrocche sono state messe in musica - Paolini ha stimolato la riflessione nelle oltre mille persone che hanno accolto il suo invito e lo hanno seguito mentre nei giochi di parole e nei canti tradizionali legati «alla» Piave ("maschilizzata" solo dopo le guerre del Novecento) e a tutti quei fiumi che sono stati teatro di guerre. Le guerre del passato e le guerre del futuro, quando al posto del petrolio ci sarà l'acqua, che non è solo il filo conduttore dello spettacolo di Paolini, ma soprattutto una risorsa che è sempre meno bene comune e diritto di tutti, e sempre più merce sottoposta alle leggi del mercato, business regolato dal principio della presunta legittimità della forza.

Quell'acqua che va dove vuole e che «se non è vagabonda è acqua morta», che deve essere libera di scorrere tra i paesi e le nazioni, e non deve essere considerata «un sottoprodotto della Coca Cola».

Concetti semplici, spesso trascurati, che gli artisti hanno saputo valorizzare e riportare all'attenzione del pubblico, lasciandolo libero di guardare, ascoltare, sentire, associare le parole, le musiche, le riflessioni, agli aventi che hanno segnato la sua vita, quella della comunità cui appartiene, quella della sua terra.

Eventi come partire l'alluvione del Polesine, con cui si è aperto il concerto, scandito dai nomi dei sette fratelli Cervi, fucilati per aver nascosto in casa fuggiaschi e disertori, per aver seguito la «legge degli uomini». Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Antonio, Ovidio, Ettore, la cui storia è stata raccontata da Pietro Calamandrei, seguono Paolini nel suo viaggio cominciato a Seveso, in Lombardia, e sono diventati il simbolo di tutti coloro che ci hanno lasciato, ai quali è dedicato lo spettacolo. Uno spettacolo che vuole invitare i cittadini a non restare passivi di fronte alle ingiustizie, a far sentire la propria voce, «ad assumersi la responsabilità di prendere decisioni, anche se è fatica, perché è il minimo che possiamo insegnare agli altri». Senza dimenticare di acquisire quel po' di «sana diffidenza, indispensabile per non firmare deleghe in bianco ed evitare tragedie». Una cosa che forse, anche dopo il Vajont, non abbiamo ancora imparato.

E allora, impariamo che «l'acqua vale più di quello che costa» e che non deve più essere «un gioco dal quale sono esclusi, come sempre, i nativi». Per vivere meglio, per essere tutti quanti più «sani».

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