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Filmmaker’s – Mazzacurati e Paolini un secolo in bianco e nero

Rigoni Stern, Meneghello e Zanzotto. Tre ‘Ritratti’ tratteggiati sottotono, con pudore e passione. Per ricordare una regione, un secolo e una tv che non c’è più

Si chiama ‘Ritratti’ il tributo che Carlo Mazzacurati hanno dedicato a un secolo, il Novecento, e a una regione, il Veneto. Un viaggio nella memoria, alla ricerca di un senso e di un’identità comune che solo le parole, l’esperienza di chi era presente, possono ricostruire. Andrà in onda su Tele+ e probabilmente sulla Rai questo documentario in pellicola con una narrazione volutamente sottotono, ritorno a una televisione che non c’è più, quando la macchina da presa era l’occasione per trasferire l’eredità dei poeti e degli scrittori del nostro Paese alle generazioni future.
I testimoni che Mazzacurati e Paolini hanno deciso di raccontare sono tre: il poeta Andrea Zanzotto e gli scrittori Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello. Persone che introno alla semplicità hanno costruito una poetica e una visione del mondo. Ed è proprio intorno alla forza dirompente della semplicità che si è formato il felice sodalizio tra il Mazzacurati dell’‘Estate di Davide’ e il Paolini del ‘Vajont’.
Come è nato questo progetto?
PAOLINI:”L’idea è venuta a Carlo e a me è subito piaciuta moltissimo. Catturare un pezzo di storia del nostro Paese attraverso alcuni uomini. Trasformare degli incontri in memoria-esperienza per il pubblico. I nomi che Carlo mi ha proposto andavano benissimo perché consentivano di circoscrivere un territorio senza correre il rischio di far emergere un’identità regionale o locale da contrapporre ad altre identità. Secondo me, l’identità è un bagaglio a mano che non deve ancorare a terra ma permettere di muoversi, di viaggiare; e, in questo senso, gli scrittori sono meno ingombranti delle tradizioni che si tenta di far rivivere a tutti i costi e che, invece, diventano troppo spesso folklore, iconografia spenta, monumento di se stesse. Lo scrittore ti parla attraverso la sua opera, e, nell’incontro, si rivela una persona viva, che a volte ti spiazza, a volte ti dà delle conferme, a volte ti costringe a un doloroso scavo dentro te stesso. Per me, ‘Ritratti’ è stato prima di tutto l’Esperienza, il mio incontro fisico, umano, con queste persone. Estendere questo incontro agli spettatori è stato il lavoro di Carlo, in regia e soprattutto in montaggio, quando 8 ore di conversazione diventano 50 minuti di ritratto. Ecco la forza del cinema, un ponte che collega lo scrittore, il suo ritratto, a chi guarda e ascolta.
MAZZACURATI: “Visto che oggi la televisione non se ne interessa più, abbiamo destinato tutto il denaro e la passione che avevamo a questo film-testimonianza, facendoci provocatoriamente carico di un compito che non ci appartiene. Ora esiste una pellicola che chiunque può vedere e che è estranea al circuito televisivo e a qualsiasi commissione. La mia speranza è quella di aver utilizzato il cinema come servizio, di averlo messo a disposizione della didattica e della riflessione comune”.
Parlateci della scrittura di questo film. C’era un canovaccio da interpretare oppure avete lavorato sull’improvvisazione?
PAOLINI:”Ci sono almeno quattro scritture nel film. Quella iniziale scaturisce dalle riunioni preparatorie, in cui ognuno ha espresso le sue idee. Queste sono state organizzate e trascritte sul canovaccio da una nostra collaboratrice, e hanno formato una traccia di riferimento. E' stata una fase importante, perché l’improvvisazione non elimina la necessità di un repertorio. La seconda scrittura è la scaletta che mi sono preparato e che, durante le riprese, adattavo in base alle risposte del mio interlocutore. Della terza
MAZZACURATI: “Per quanto riguarda la scrittura registica, avevamo predisposto un canovaccio con uno schema diviso in più giornate. Lavorare con la pellicola vuol dire anche tenere conto dei suoi limiti tecnici. Ad esempio, visto che questa ha un’autonomia di dieci minuti, c’era il rischio di dover interrompere un dialogo proprio nel momento in cui stava raggiungendo un’intensità elevata. La divisione del girato in più giorni, invece, consentiva di tornare su quello che si era detto nelle giornate precedenti. Un’altra cosa che ci ha aiutato era il fatto che, tra una ripresa e l’altra, trascorrevamo molto tempo semplicemente stando insieme a parlare, senza la presenza della macchina da presa. Questo ha creato un certo clima e fatto sì che molte cose nascessero lì per lì. Per me questo documentario alla fine non è solo una serie di ritratti, ma è anche il racconto dell’incontro tra Marco Paolini e tre uomini del Novecento. Fra persone che all’inizio si conoscevano appena e che, nel tempo, stabiliscono un rapporto affettivo. E il fatto che la trasformazione dei loro sentimenti scorra dentro il tempo fisico ed emotivo del film mi sembra l’aspetto più bello”.
Perché la scelta di uno stile così minimale? E perché solo nell’episodio dedicato a Rigoni Stern, avete scelto il bianco e nero?
MAZZACURATI: “Il bianco e nero, che non amo come strumento di effetto visivo e stilistico, durante il montaggio mi è sembrato il più adatto a esprimere l’essenza del film. All’inizio, data la bellezza del paesaggio scelto per l’ambientazione, volevo “raccontarlo” attraverso il colore, ma – col passar del tempo – ho stretto sempre di più l’inquadratura sulla persona, perché vedevo più racconto e più geografia nel suo volto che in qualunque altra cosa. In questa chiave, la scelta del bianco e nero è una sorta di struggente lutto della memoria. Perché toglie al lavoro l’idea di appartenere a un tempo presente. Ho pensato che fosse più importante concentrarsi sull’umanità della persona viva e presente, ascoltando la sua voce e vedendo il suo volto, piuttosto che valorizzare il suo passato o il paesaggio circostante. Distraeva meno il bianco e nero, avevo l’impressione che dirigesse lo sguardo in modo deciso sul testimone, nessun colore intorno avrebbe potuto sviare l’attenzione”.
C’è un momento che mi sembra emblematico in questo vostro viaggio. E' quando Mario Rigoni Stern paragona l’artista all’artigiano. Dice che lo scrittore è come il boscaiolo. Tutti e due trasformano, dunque creano qualcosa con le loro mani.
MAZZACURATI: “L’incontro con Rigoni Stern mi ha dato molto, anche perché ho realizzato un desiderio che avevo fin da adolescente, quando fantasticavo sui luoghi descritti nei suoi libri.
E' un uomo che rappresenta l’epos in un’epoca in cui l’epos è stato bandito: ha attraversato l’Europa a piedi, portando sulle spalle uno zaino pesante e delle persone. Incontrarlo è stato come parlare con uno dei tanti “soldati Ryan” che esistono in questo Paese. Mario Rigoni Stern possiede una forza che nasce dalla semplicità in cui vive: dopo 8 anni di guerra (da quando, cioè, aveva solo 24 anni) ha sempre lavorato come impiegato del catasto e, ancora oggi, quando c’è da dirimere una controversia si rivolgono a lui.
E' il saggio, l’uomo di riferimento, di quel pezzo di montagna che non ha mai abbandonato”.
PAOLINI: “Se io, un attore, parlo di lavoro manuale e di lavoro intellettuale, faccio della retorica. Se ne parla un uomo come Mario Rigoni Stern, lo ascolti. Perché lui ha un peso specifico che gli consente di dire cose che, senza la sua presenza fisica, sulla scena sarebbe difficile esprimere. La sua presenza sedimenta ogni concetto espresso, ne rappresenta l’esperienza viva: una fiction su di lui non avrebbe avuto la stessa forza. I ‘Ritratti’ di Rigoni Stern, Zanzotto e Meneghello sono proprio il tentativo di valorizzare il concetto di “memoria” attraverso pezzi di storia: se parla chi era presente, il significato delle parole è più profondo, più autentico. Per me, è questo il vero senso di questo lavoro”.

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