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Gazzetta di Modena – Paolini, un’imperdibile commedia dell’arte

Dice Marco Paolini di detestare le metafore, che i suoi spettacoli non significano altro che ciò che rappresentano, o, meglio, raccontano, ma è pressoché inevitabile rilevare come nel suo ultimo "Itis Galileo", presentato al teatro Storchi questa settimana, la quantità di riferimenti alla realtà contemporanea sia tale da poterlo considerare, se non proprio uno specchio della attuale condizione intellettuale, quanto meno una riflessione sulla ricorrenza impressionante di situazioni analoghe fra il nostro tempo e il secolo XVII. Le riflessioni sul sapere scientifico, sul suo valore politico e morale, le aperture e le chiusure del potere nei confronti delle innovazioni, il ruolo della chiesa, dei governi, degli intellettuali, dell'economia: tutti argomenti che si ripropongono con una sovrapponibilità di situazioni quantomeno inquietanti, soprattutto se si pensa a quanto la storia sia o meno effettivamente in grado di insegnare qualcosa. Lo spettacolo naturalmente non è solo riflessione filosofica, anzi. Costruito sulla constatazione della possibilità di rileggere, oggi, Galileo per l'attualità che presentano i suoi scritti, ma anche per l'umanità di una biografia che esclude ogni superomismo, o un martirio alla Giordano Bruno, questo "Itis Galileo" è anche la dimostrazione di come Paolini continui a "fare teatro" secondo i modi di una moderna commedia dell'arte, costruita sulla parola arricchita di mimica, sguardi, tempi controllati che riempiono la scena, catturano l'attenzione, trascinano lo spettatore nella vicenda narrata. Il tema rasenta lo standard di una lezione scolastica (ma di un istituto tecnico, mica del liceo classico, ripete con insistenza, schernendosi, Paolini) eppure ha la piacevolezza di una chiacchierata con un amico che sembra saperne un po' più di te, e sa spiegarsi a meraviglia. In ultimo, concordiamo, insomma, con l'artista che il Seicento sia un secolo che andrebbe in larga misura recuperato dalla sorta di oblio cui spesso pare condannato, giacché, come spiegava lo studioso Luciano Anceschi, sussiste uno stato di profonda e segreta relazione tra quell'epoca e la nostra, "proprio nel momento in cui il più esaltante progresso scientifico appare contemporaneo ad una condizione di lucida delirante angoscia dell'uomo e ad oscure premonizioni di inquietudini sociali nuovissime". Uno spettacolo, in altre parole, da non perdere.

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