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Il Giornale di Vicenza. Nuovi Miserabili, antiche utopie

Schio. Forse più che in tutti gli altri Album precedenti, Marco Paolini coinvolge stavolta, nel suo discorso, una intera generazione. La leva di quelli che, cresciuti ventenni negli anni Settanta del secolo scorso in un mondo in cui le idee (e le ideologie), le letture, la musica, la vita stessa avevano un certo senso, distrattisi un attimo negli anni Ottanta perché frattanto avevano da finire gli studi e poi un'occupazione da cercare e una famiglia da formare, dagli anni Novanta in qua si sono trovati a dover fare i conti con una realtà completamente nuova, che spesso non capiscono e spesso non li capisce.
Una realtà - mettiamola così - virtuale, che sfugge da tutte le parti, che si atteggia a bella e facile senza effettivamente esserlo, che lusinga e truffa con la medesima impudenza. Una realtà dove ti promettono che basta un clic al computer per risolvere qualsiasi problema e magari fosse così, da qualche parte la fregatura deve pur esserci, quando mai qualcuno ti regala qualcosa?
Ignorando - o fingendo di ignorare - il fatto che da sempre è l’interesse economico a muovere le azioni dell’uomo, alla faccia di tutte le filosofie e persino delle religioni, Paolini si guarda attorno, cerca di capire quali puntate della storia recente si è perso, e individua nel periodo di premierato inglese di Margaret Thatcher il momento in cui il liberismo economico si è irresistibilmente impadronito, anche in Europa, della politica, si è infilato in ogni piega del precedente stato sociale, col risultato di lasciare campo aperto agli interessi delle corporation locali o multinazionali, agli smodati appetiti degli gnomi della finanza.
Ed eccoci qua, adesso, sballottati tra i marosi della concorrenza sfrenata che abbassa i prezzi ma pure i salari e le tutele del lavoro, con la flessibilità che diventa anticamera del precariato, con la coercizione al consumo continuo e al continuo stordimento, all'incertezza, all'ansia da debiti.
Visto da destra o da sinistra, lo scenario non cambia. Tant’è vero che un Giulio Tremonti, economista di scuola non certo marxista, appena qualche giorno fa ha sostenuto che la globalizzazione mostra ormai la corda, che la politica non può più restare in ostaggio del mercato, che è destinata al fallimento la pretesa di governare un Paese come un'azienda, che i valori non si possono misurare soltanto a percentuali di Pil.
Se a tutto questo vogliamo aggiungere che il baricentro commerciale del pianeta s’è chiaramente spostato verso il moloch Chindia, ovvero il colosso formato da Cina e India, davvero da discutere ce n’è all’infinito.
Paolini, però, di mestiere fa l’artista, non lo studioso. Annusa l’aria e, come un nuovo Gaber, espone dubbi, suscita domande. Getta alla rinfusa quegli interrogativi nel suo personale “carrello della spesa” e conclude, per il momento, che siamo diventati - ecco il titolo dello spettacolo - Miserabili. Diversi da quelli ottocenteschi di Victor Hugo, però. Miserabili nel senso di gente che si è (o è stata, scegliete voi) impoverita non tanto o soltanto in termini di potere d’acquisto, ma quanto a spazi di libertà, capacità di decidere, di coltivare tempo, relazioni umane, di avere memoria.
A rinfrescarcela, per quanto riguarda il passato prossimo, nella circostanza provvede lui, un Paolini di tagliente sarcasmo. Ritrovato l’energico piglio militante che gli è più congeniale, sfoglia infatti le cronache dell’ultimo trentennio e nel ripasso incontra non solo la Lady di Ferro britannica ma pure Reagan e Khomeini, il periodo dell’euforia per gli investimenti in Borsa fino al clamoroso “scoppio della bolla”, rispolvera parole di moda all’epoca come deregulation, postmoderno, broker, manager, contrapponendole ad altre frattanto costrette all’obsolescenza come operaio, sciopero, salario. Narra dell’avvento del bancomat, dei guru dell’“immateriale”, del terziario dei servizi giunto a rimpiazzare l’industria pesante, per non parlar dell’agricoltura.
Pur concedendo qualche godibile parentesi di alleggerimento in dialetto nostrano, Paolini si offre insomma come vibrante guida allo spaesamento che ne è conseguito, all’avvento del low-cost a tutti i costi, alzando il vessillo (anche a costo di rischiare lo scivolone retorico) di chi non si rassegna a un panorama dove, al posto dei dismessi circoli socialisti, pullulano le agenzie d’impiego interinale.
A dargli man forte nella costruzione di un capitolo complesso ma che già così, in fase di rodaggio, possiede fasi di notevole compattezza argomentativa e di immediata forza espressiva, sta il magnifico folk brechtiano sciorinato da Lorenzo Monguzzi, Piero Mucilli e Simone Spreafico, il trio dei Mercanti di Liquore già arruolato in occasione di Song n. 32. E la scenografia è una doppia tavolata da sparecchiare, dove restano i disordinati avanzi di una festa che è finita da un pezzo.
Tornerà in soccorso qualche antica - o nuova - utopia? Chissà. Paolini, non a caso, come inno di riscatto al pessimismo da omologazione invoca e intona proprio la “partecipazione” di conio gaberiano. E intanto, in attesa di diventare un vecchio brontolone che comunque varrà sempre la pena di stare a sentire, l’altra sera s’è goduto un Astra scledense da tutto esaurito e prodigo di applausi.

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