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Il Nuovo (Palcoscenico) – Paolini, uno e trino

Dal 28 settembre al 18 ottobre, al Teatro Strehler di Milano, Parlamento chimico e Racconto per Ustica i due nuovi spettacoli di Paolini

MILANO - Fine di settembre: incomincia per gli attori e i teatri la nuova stagione. Per Marco Paolini è un inizio folgorante. Sarà sugli schermi di Tele+ Bianco alle 21.25 di venerdì prossimo 27 settembre nel film Ustica, ballata in forma di teatro che il regista Davide Ferrario ha realizzato a partire dalle riprese effettuate dello spettacolo I-Tigi durante le Orestiadi di Gibellina dello scorso agosto. Poi a partire dal giorno dopo, sabato 28 settembre, il celebre attore sarà impegnato per tre settimane con ben due spettacoli sul palco del Piccolo di Milano, al Teatro Strehler. Qui a serate alterne poterà i due suoi lavori più recenti, sia I-Tigi racconto per Ustica, dedicato alla tragedia del DC9 precipitato nell’80, sia Parlamento chimico, storie di plastica, ricostruzione delle storie politiche, private, economiche e di disastro ambientale legate al Polo industriale di Marghera. Un tour de force, in termini di fatica fisica e di concentrazione psicologica, che richiede una spiegazione.

"E’ un modo per sperimentare anche me stesso – ci dice il popolare interprete – per non affossarmi nella routine delle repliche. Credo che quando si devono affrontare temi tanto importanti non si possa ripetere ogni sera in modo identico lo stesso spettacolo, ma si debba ogni volta ritrovare la motivazione originale che ci ha mosso partenza. E poi così c’è la possibilità di incontrare anche lo stesso pubblico per due sere consecutive, cosa che a noi attori non capita quasi mai ma che invece ha una sua importanza notevole".

Lo spettacolo I-Tigi racconto per Ustica tu lo avevi presentato la prima volta a Bologna nel 2000 con l’accompagnamento di un quartetto vocale che eseguiva musiche di Giovanna Marini. Ora quel quartetto non è più in scena. Come mai?
Per la precisione era un debutto doppio, pensato su Bologna, in Piazza Santo Stefano, e a Palermo nello spazio dello Spasimo. Era un debutto organizzato esattamente sul ventennale della tragedia di Ustica, e risentiva dell’urgenza di quell’anniversario. Era stato pensato come una tragedia moderna, con il quartetto vocale di Giovanna Marini che aveva la funzione del coro in contrappunto e commento della voce narrante. Nel tempo però ho sentito il bisogno di rielaborarlo fino a farlo maturare del tutto e di riportarlo alla forma a me cara dell’uomo che racconta storie di uomini ad altri uomini. Ho adottato a questo scopo l’uso del microfono perché il microfono permette di far arrivare meglio al pubblico il senso delle mie parole. Infatti per esprimermi uso in modo preminente i registri medio-bassi e il microfono aiuta molto. Ho portato lo spettacolo in questa forma di monologo diretto in giro per l’Italia la scorsa stagione in più di 75 debutti (e questo ha significa quasi sempre cambiare ogni sera città e luogo di rappresentazione). Ogni sera però è stata una differente recita, perché come dicevo prima è importante per me far rivivere ogni volta i motivi profondi che mi portano a recitare determinate parole in quel determinato modo. E’ la sola maniera per essere autentici e per portare una mia verità davanti al pubblico.

E’ per questo che hai aspettato tanto a fissare lo spettacolo in una forma definitiva attraverso una ripresa cinematografica-televisiva?
La messa in onda di uno spettacolo per me è come un termine ultimo. Per questo bisogna che lo spettacolo abbia raggiunto la sua forma non più sostanzialmente modificabile. Con il regista Davide Ferrario però abbiamo deciso di non limitarci a una semplice ripresa delle recite alle Orestiadi di Gibellina, ma ne abbiamo voluto ricavare un vero e proprio film. Per questo abbiamo usato il Cretto di Burri (il sarcofago-opera d’arte che ricopre le macerie del terremoto del Belice, N.d.R.) come un vero e proprio set cinematografico. Ho voluto che non rimanessero solo le immagini dello spettacolo registrate alla prima di Bologna la sera del ventennale e poi trasmesse in televisione pochi giorni dopo. Era importante che rimanesse nel tempo la forma più matura di quel lavoro.

Anche Parlamento chimico. Storie di plastica è ancora in una fase di trasformazione e di crescita o possiamo considerarlo uno spettacolo finito?
Nessun mio spettacolo riesce ad essere lo stesso della sera precedente, come ho detto. La vicenda del polo chimico Marghera l’avevo pensata in un primo tempo come una sorta di Spoon River in terra veneziana, con le storie dei vari operai morti a causa di un lavoro micidiale. Forse avrei fatto bene a sviluppare l’idea in quei termini. La difficoltà di una storia sul petrolchimico sta nella sua antiteatralità e nell’impossibilità di arrivare a una sintesi. La vicenda del Vajont ha avuto uno sviluppo e una conclusione, anche per I-Tigi si può fare riferimento all’esperienza dello spettatore come passeggero di un volo aereo; ma quella di Porto Marghera è una vicenda da un lato più astratta, e dall’altro assai più emblematica. Racconta la crescita di tutto il secolo scorso e lo sviluppo dell’utopia che lo ha percorso. Vi convergono la maledizione di Marinetti contro Venezia e il sogno del Conte Volpi di Misurata, ma anche l’idea e la volontà di progresso di un intera popolazione. Senza contare che la storia del petrolchimico è anche un intreccio chiave tra politica ed economia. Con tutta questa materia è difficile trovare una via unitaria di narrazione teatrale. Si può andare dove si vuole, e sempre tralasciando qualcosa di importante. Sono intrecci che poterebbero portare a un romanzo fiume come I Buddenbrock, il problema è come raccontare tutto e tutto entro i tempi umani di un paio d’ore di spettacolo.

Come collochi allora Parlamento chimico all’interno del tuo iter artistico?
Mi sento un po’ come un cartografo che può rappresentare una realtà un po’ come vuole, e che sente la responsabilità di tale libertà. E’ una tappa di sviluppo di un percorso iniziato con lo spettacolo Il Milione e proseguito con il Bestiario Veneto. Qui la volontà è quella di compie definitivamente una trilogia.

Come sarà la stagione 2002-2003 che per te inizia da uno spazio tanto importante come il Piccolo Teatro di Milano?
Sarò in giro per l’Italia con gli stessi due spettacoli che ora porto a Milano, e proprio come a Milano cercherò di proporli nello stesso luogo a sere alternate. Poi ho in programma di riprendere alcuni dei miei Album perché è importante condividere la memoria personale con quella degli spettatori.

Permetti allora un’ultima domanda, anche se è una domanda alla Marzullo: che cosa significa fare spettacolo basandoti sulla memoria?
Lo spettacolo è la colla tra i cittadini, tra loro e i fatti che sono loro accaduti, tra le storie irrisolte e il tempo trascorso che le ha rese tali. E’ la colla tra i dubbi e la rimozione, tra l’indignazione e la rassegnazione.

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