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Il Piccolo – Il Vajont in testa

Orazione civile di Paolini, a Trieste, per non scordare

TRIESTE - Il Vajont. Chi li ricorda più l'impressione e lo sgomento di quel disastro? I numeri, le vittime, le responsabilità se li è portati via il tempo lasciando che si dissolvesse, in trent'anni, il peso psicologico di un nome che inaugurò, lassù fra Veneto e Friuli, il triste calendario italiano delle catastrofi di stato. Le responsabilità? Dissolte in una serie di processi che non si è ancora completamente conclusa. Le vittime? Dimenticate fra i nuovi manufatti e lo sviluppo impresso oggi alla valle del Piave. I numeri? Troppo imponenti per essere immaginati. Che cosa sono 260 milioni di metri cubi di terra quando precipitano in un bacino idroelettrico? Che onda è un'onda di 50 mila milioni di litri d'acqua che scavalcando una diga piove sopra un paese? Eppure, per un anno intero, il 9 di ogni mese, la ricorrenza di quel 9 ottobre 1963 che lo vedeva ancora bambino, Marco Paolini ha cercato di mostrare la dimensione di quei numeri, ha ricordato quelle vittime, e ha dato nome e cognome ai responsabili. Lo ha fatto con "Il racconto del Vajont", scritto da lui e Gabriele Vacis e replicato in città e paesi italiani da oltre due anni. Non sui palcoscenici - le sedi più adatte al suo mestiere d'attore - ma in biblioteche, sale consiliari, centri sociali, e culturali, luoghi di riunione (a Trieste, ancora stasera all'Auditorium del Revoltella, nell'ambito di "Ts Festival").

Una sorta di cerimonia civile nella quale ricostruire la memoria collettiva di una catastrofe che allora parve inevitabile e che invece si sarebbe potuta e dovuta evitare. "Nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere" aveva subito scritto Giorgio Bocca. "Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua. Non è che si sia rotto il bicchiere. La diga del Vajont era, ed è un capolavoro" aveva aggiunto Dino Buzzati. Non era, e non è vero. Il percorso di questa tragedia annunciata stava già nelle denuncie di Tina Merlin, una cronista dell'"Unità" che con scrupolo e caparbietà aveva documentato la "costruzione" della catastrofe. Dai primi rilievi geologici del 1929, all'apertura dei cantieri nel 1956, dalle prime avvisaglie di pericolo nel 1959, via via per tappe ravvicinate ai quattro minuti che dopo le 22.39 di quel 9 ottobre cancellarono col fango cinque paesi e duemila abitanti. A quella giornalista partigiana, la prima a svelare una storia di espropri e soprusi, di frane e cantieri, di capitali privati e connivenze di stato, Paolini dedica il suo racconto.

Racconto che fa una strana impressione chiamare spettacolo. È, invece, un'"orazione civile", una requisitoria dura e una perorazione documentaria e morale, che lascia il pubblico silenzioso e attento per quasi tre ore. Una testimonianza basata sugli atti del processo, sugli studi geologici, sui ritagli di cronaca, che pure accumula emozione e commozione - fortissime, credetemi - curiosità di sapere ancora, sdegno, pietà. Anche riso talvolta, quel riso che scaturisce dall'ironia tragica delle vicende, dal grottesco dell'intrigo di danaro e politica, dal parallelo con un'Italia che in molti aspetti non è cambiata. Quasi tre ore istruttive e intense come un thriller - è stato scritto. Tre ore necessarie per recuperare al teatro un suo antico e oggi nuovo ruolo civile. Tre ore importanti per un teatro migliore. Non perdetele.

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